Moonrise Kingdom

18 marzo 2015

Post di servizio

Ho cambiato il nome del blog. Si, ci faccio un post apposta perché non mi si caga nessuno e se non ve lo dico io neanche ve ne accorgete, stronzi. (Si, ok, anche meno). (Scusate, davvero).
L'ho cambiato perche somewhere over the rainbow ho trovato il mio moonrise kingdom, sempre che io abbia capito esattamente cosa voglia dire. E poi è il titolo di un film stupendo, che mi fa sorridere e mi mette in pace col mondo per cui ho bisogno di sentirmi così in questo momento della mia vita.

Ho aggiunto anche quei tastini carini colorati. Cliccateli, ci ho messo un pomeriggio a sistemarli. Il mio Pinterest non l'ho messo perché è spoglio e triste e miserello, quindi niente.

E per concludere vi consiglio di leggere il blog di mio cugino (http://bosoblog.com/) che un giorno ha deciso di lasciare il suo posto a tempo indeterminato, il suo appartamento, ha venduto e regalato le sue cose ed è partito per l'Australia. Se avete una mezza idea di fare qualcosa di simile troverete informazioni pratiche, se invece non ce l'avete leggetelo lo stesso, magari vi viene!

13 marzo 2015

Le leggerezza.

Era già nell'aria da un bel po' di tempo, ma pare che dopo la riforma della scuola di Renzi le mie possibilità di continuare ad insegnare siano più o meno le stesse che ha DiCaprio di vincere un Oscar.
Colpa mia, colpa del governo, del periodo storico, di Gargamella e della ruggine. Tant'è.
Fino a qualche mese fa questa notizia mi avrebbe fatta sprofondare nella disperazione più assoluta, con tutto il repertorio di pianti inconsolabili, scenate isteriche e "Ma tu non capisci!" urlati al telefono a mia madre. 
Premessa. Adoro il mio lavoro. Ho fatto grandi sacrifici per poter intraprendere questa strada e ogni santo giorno io vado a lavorare con il sorriso stampato sulla faccia (qui potrei aprire una parentesi di millemila pagine per descrivere quanto mi piace).
Eppure, sebbene l'idea di lasciare per sempre tutto questo mi provochi una fitta alla bocca dello stomaco e un forte senso di nausea, mi sembra di poter sopravvivere anche senza. Addirittura Vivere senza.
Eppure, si tratta di una bruttissima frase fatta, da quando è nata Sveva è davvero cambiato tutto. Penso, con inaspettata tranquillità, "Se dovrò cercarmi un altro lavoro lo farò". Il mondo è pieno di persone che fanno qualcosa che non sia insegnare e (alcuni) mi sembrano comunque molto felici. Ho realizzato il mio sogno più grande quando è nata S. e questo mi ha riempito di così tanta energia e amore e forza che tutto il resto mi sembra passato in uno sfocato secondo piano. Forse ha ragione chi mi dice "Una mamma non realizzata a pieno, che fa un lavoro che non le piace, non è una mamma felice". "Quando i figli saranno grandi e se ne andranno tu resterai sola con un lavoro che non ti piace". Credo ci sia della verità anche in questo, eppure non riesco ad essere totalmente d'accordo. La mia sicurezza e la mia stabilità per me sono queste quattro mura e le persone che ci sono dentro, la mia famiglia. Quella che ho scelto e creato io. Questa è la base da cui posso partire per fare tutto il resto.
Non lo so come andrà finire, Luca mi dice stare tranquilla, di aspettare e vedere che cosa realmente succederà. Sono d'accordo. Ma aver maturato questa consapevolezza dentro di me forse mi farà dormire di notte, mi farà affrontare le novità che arriveranno con un po' più di leggerezza.
Perché forse è proprio questo il regalo più grande che mi ha fatto fino ad ora S., la leggerezza.

30 gennaio 2015

Ah!

Il giudizio velato è quello che si nasconde dietro un "Ah!".
Esisteva già prima che diventassi mamma, solo era meno frequente.
Era tipo:
- "Guarda, mi sono tagliata i capelli!".
- "Ah!" (= stai malissimo).

- "Mi sa che tra voi sono la più vecchia".
- "Ma no, figurati, non è mica vero!".
- "Ho 42 anni".
- "Ah!" (= in effetti si, sei la più vecchia e si vedeva pure).

Ecco, eleviamo questo "Ah!" alla decima, moltiplichiamolo per ogni giorno di questi quasi sette mesi, immaginatelo nelle occasioni più disparate. Ad esempio:
- "Guarda che bel bambino!".
- "Grazie, è una femmina comunque."
- "Ah!" (= voi madri di oggi che vestite le vostre bambine con colori maschili, vergogna della nostra società!).

- "Ma come è grande per i suoi mesi! Il latte della mamma è buono eh!".
- "Io non allatto al seno".
- "Ah!" (=zmcmshvsoi!!!foifjspofjèwpei°##dhqiuhd!!).

- "La mamma ti porta in giro con questo freddo?".
- "Si, ma è coperta bene.".
- "Ah!" (= che madre degere, domani avrà la bronchite sicuro sicuro).
E tu intanto fai tutti gli scongiuri del caso.


- "E quindi hai partorito naturalmente, brava!".
- "Si, parto naturale con epidurale"
- "Ah!" (= eh ma con l'epidurale allora non vale. Non hai sofferto abbastanza, non sei poi così brava come credevo).

Uno dei miei preferiti in assoluto:
- "E come si chiama questa bimba?".
- "Sveva".
- "Ah!" (= mah...non ho capito / mi fa schifo).

Poi c'è stato un "Ah!" simpaticissimo, quello che mi ha fatto più sorridere, perché in genere sono io a fare queste figure e che non era un giudizio velato. Una collega che ho incontrato il 15 luglio, cinque giorni dopo il parto, mi dice entusiasta:
- "Che bella panciotta, vedo che ci sono novità!".
- "Ehm...si, in realtà ho partorito qualche giorno fa".
- "Ah!".


20 gennaio 2015

Back for good.

Non scrivo da due mesi anche se in pochi se ne saranno accorti.
Quella della mancanza di tempo è una scusa del cacchio, lo sappiamo tutti.
Anche con una bambina di sei mesi in casa il tempo per scrivere un post alla settimana potrei anche trovarlo, così come riesco a mettermi, a volte, lo smalto, a leggere, a cazzeggiare delle ore su internet o a dedicarmi a chat di gruppo con amiche mamme e amiche di twitter.
E allora non lo so. Ammiro Laura, Michela, la Iaia e tutti quelli che riescono a trovare la voglia, l'idea, l'ispirazione, il coraggio di andare oltre il "Ma cosa gliene frega alla gente di leggere le mie due cagate messe in croce?" e scrivere. 
Al momento mi manca. Mi mancano forse gli argomenti. Per quanto io provi a rimanere collegata col mondo, negli ultimi sei mesi la mia vita prevalentemente gira intorno a quella bambinella di là, ai suoi progressi, ai nostri progetti, alle mie paure.  
Ma cosa gliene frega alla gente di vedere come ho sistemato camera sua?
Ma cosa gliene frega alla gente di sapere che da quando sono mamma mi autodiagnostico malattie mortali ogni due giorni ed ho il terrore di lasciarla sola?
Ma cosa gliene frega alla gente di sapere che serie tv guardo, che libri leggo, se vado in piscina o faccio qualcosa per perdere questi 3 kg, souvenir della gravidanza?
Non lo so.
Però scrivere mi manca, perché è una cosa che ho sempre fatto e ricominciare a farlo vorrebbe dire non perdere definitivamente il legame che c'era con quella che ero sei mesi fa. Perché sono sempre io, mannaggia. A volte me lo dimentico, inghiottita dagli eventi, ma sono sempre io.

10 novembre 2014

Friends will be friends. Forse.

Avere un figlio è un po' come quando ti lascia il fidanzato: una cartina al tornasole delle tue amicizie.
Chi ci è passato prima di me mi aveva avvertita: "Guarda che molti spariranno, non sarai più vista come Arianna, ma solo come una mamma".
"Ma noooooooo", pensavo io.
E invece si.
I vecchi amici si dividono in 3 categorie.
Quelli per cui tu sei sempre tu, con in più una splendida bimba. Parlano con te delle cose di cui  parlavate prima, ti raccontano i loro casini, ascoltano i tuoi, ti chiedono come sta Sveva, vogliono  vederla "ma già che siamo in giro andiamo anche in quel negozio che ho visto una giacca...". Accettano con un sorriso le tue scuse se sei in ritardo, se sposti un appuntamento all'ultimo, se quando sei in giro bisogna andare al bar per scaldarle il biberon. Non ho bisogno di fare nomi perché loro sanno di chi sto parlando. Da quando lei è nata non mi hanno mai lasciata sola, esattamente come hanno fatto prima che lei nascesse. E si contano sulle dita di una mano.

Quelli che pensano che tu sia diventata completamente schiava della tua nuova vita, totalmente immersa nel tuo nuovo ruolo di mamma e che tu non sia in grado di fare altro che non sia cambiare un pannolino, preparare un biberon, parlare di cacca. Per cui, nel dubbio, non ti chiamano più. Aperitivo, chiacchiere, aggiornamenti sulla loro vita sentimentale, lavorativa, gossip, sfoghi. Il nulla.
E non ti scrivono per sapere come sta Sveva. O per sapere come stai tu.
 
Quelli che pensano che avere un figlio non ti abbia cambiato per nulla la vita, anzi. Per loro sei solo "sparita" senza apparente motivo. Non sanno cosa vuol dire organizzare -anzi, RIorganizzare- tutto. Intendo a livello pratico proprio. Prima di pianificare qualsiasi cosa e uscire ora devo pensare a loro. Ci sono orari e tempistiche per mangiare, c'è da cambiarli se cagano, c'è da vestirli, c'è da pensare a cosa portarsi dietro tra cambio pannolini, cambio vestiti se si sporcano, copertina se avranno freddo, biberon di scorta, ciuccio, giochino preferito, la nanna per addormentarsi. Per cui organizzano aperitivi in posti in cui un passeggino non ci entra neanche smaterializzandolo, decidono di andare a mangiare  fuori all'ultimo secondo quando tu ormai sei uscita senza portarti dietro il 90% delle cose utili alla sopravvivenza di un neonato e rimangono stupiti se, un po' abbacchiato, te ne vai a casa.
E non ti scrivono per sapere come sta Sveva. O per sapere come stai tu.

Ci ho pensato molto in questi quattro mesi, cercando anche di farmi un esame di coscienza.
E si, inevitabilmente sono cambiata. Cambiano le priorità, cambiano le paure, le prospettive. Si aggiungono argomenti più o meno interessanti (delle cacche di Sveva parlo eccome, ma solo con alcuni amici fidati del club dei neonati -per fortuna ci siete voi!-), ma alla base io sono sempre io.
Dopo le prime settimane di paura e delirio, in cui abbiamo umanamente dovuto prendere le misure, siamo usciti praticamente ogni sabato sera. A casa di amici, in pizzeria. Sveva sta lì: a volte dorme, a volte piange, a volte va cullata, a volte si scappa di corsa per non disturbare tutto il locale. Ma non è un'arma di distruzione di massa, è una bambina. Non siamo infette, contagiose, puzzolenti. Non ho perso la facoltà di parlare quando ho partorito. Non devo essere trattata come un'appestata. E, attenzione: lei può stare a casa col suo papà e io uscire da sola a cena. L'ho fatto, ho dei testimoni.

Lo so, è uno sfogo lungo e noioso. Ma non ho potuto fare a meno di notare che da quando Sveva è entrata nella mia vita alcune persone ne sono invece uscite.
E di questo sono un po' delusa e amareggiata.


21 ottobre 2014

Minchia, ripigliatevi.



Si, minchia ripigliatevi.
Perché sono mesi che la gente intorno a me si lamenta e si piange addosso. Io li chiamo i "lamentini".
Lamentini per strada.
Lamentini su ogni santo stato di Facebook.
Lamentini sulle chat di whatsapp.
Si, ognuno ha i propri problemi, i propri casini, il proprio modo di affrontare le difficoltà. Ma se avete bisogno di sfogarvi con qualcuno per avere un buon consiglio o giusto per il bisogno di farlo, per quello esistono gli amici veri davanti a un caffè, oppure degli specialisti pagati per questo.
Perché è davvero fondamentale aggiornare il mondo ogni giorno sulle presunte sfighe che attanagliano la vostra vita? A volte anche più volte al giorno? E poi solo per sentirvi dire "No dai, non te lo meriti" o "Dai che tu sei forte!" dai vostri amici di fb che magari sono per il 90% compagni delle elementari che non vedete dal 92 o mezzi sconosciuti. I migliori sono quelli che scrivono "Che notizia, tutte a me capitano" (con tanto di faccine tristi e disperate) e poi a chi chiede "Cosa è successo?" rispondono "Ti scrivo in privato". No ma veramente? 
Perché è davvero fondamentale, ogni volta che ci si vede, monopolizzare la conversazione su voi stessi e le vostre disgrazie senza neanche fingersi minimamente interessati all'opinione e alle vite degli altri? Secondo me alcune cose ve le inventate pure.
E siete sempre pronti a parlar male e a fare confronti con gli altri, sia mai che ci sia qualcuno più sfigato di voi in giro, degno di maggiore compassione. E quando scoprite che si, effettivamente Pinco ha una sfiga che neanche ve la potete immaginare e che Pallo è messo pure peggio, fingete compassione, elargite "Mi dispiace", ma mettervi nei panni degli altri e chiudere quella cazzo di bocca mai. 
Scusate lo sfogo, vado a ripigliarmi anche io.

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