20 febbraio 2012

Just.do.it.

Fin da quando sei piccolo ci sono alcune Grandi Verità che i tuoi genitori, nel mio caso Madreh, hanno scoperto su di te e non fanno che ripeterti ogni volta che capita l'occasione giusta. Le mie sono:
1. Chi non ha testa mette gambe.
2. Ti perdi in un bicchier d'acqua.
3. Inizi una cosa e non la finisci mai.

Premetto: è tutto vero. O quasi.
1. Mai avuto testa, sempre messo le gambe. Dimentico e torno indietro: ho chiuso la macchina? Ho chiuso la finestra? Il portafoglio? Nell'altra borsa, a casa. I libri? Nel cassetto al piano di sotto, in sala insegnanti. Faccio liste, riempio post-it, ma serve a poco. E allora regolarmente torno indietro e rimedio.

2. Credo di aver imparato a nuotare discretamente nelle bottiglie d'acqua, nei secchi, nelle bacinelle. Nei bicchieri, però, mi ci perdo. Mi agito, comincio a non capire più nulla e anche la soluzione che è lì, davanti ai miei occhi, per me è invisibile. Allora piango, urlo e mando a fanculo chiunque mi capiti a tiro: marito, Madreh, Mao. Non ce n'è per nessuno.

3. In effetti sì, inzio molte cose e non le porto a termine. Ricordo quand'ero piccola i pomeriggi trascorsi in cucina con mio fratello a fare i compiti. Io lasciavo perdere il problema di matematica dopo due tentativi, lui restava piegato sul quaderno fino a quando non lo aveva risolto. Ho lasciato a metà il puzzle di un quadro di Klimt, lui ha finito quello 3D del Taj Mahal in un pomeriggio. Ho abbandonato, in ordine: la ginnastica artistica, il nuoto, il karate (dopo due lezioni, record personale di abbandono veloce), il pianoforte, la pallavolo. Quando decidevo di riodinare camera mia cominciavo carica di entusiasmo, tiravo giù tutto dalle librerie, svuotavo armadi e cassetti... e poi mi stufavo e invece di risistemare tutto, ributtavo dentro a casaccio. Ho abbandonato di corsa anche due lavori, uno dei quali dopo mille lacrime e soli 24 giorni (altro record personale di abbandono veloce).
Forse è per questo che non osavo dire ai miei che volevo prendere una seconda laurea. Temevo che avrebbero tentato di farmi ragionare, ricordandomi gli innumerevoli abbandoni. Non l'hanno fatto (credo che il pagarmi da sola le tasse abbia influito sulla loro positività a riguardo) e allora mi sono lanciata in questa avventura.
Si, Madreh ha voluto controllare il libretto ad ogni esame, come se davvero potessi inventarmi i voti e segnarmeli da sola (pare che ci sia qualche genio del male che lo fa. Pare che mia mamma ne conosca un paio, quindi ha sempre messo le mani avanti).
Poi ha cercato di boicottare il matrimonio perché "Se organizzi un matrimonio rimani per forza indietro con gli esami". In effetti avevo programmato di darne quattro nella sessione estiva, prima del fatidico 9 luglio, ma sono riuscita a darne solo due (ho dovuto eliminare quelli del 7 luglio, certo che pure io...).


Una settimana fa la discussione di questa seconda divertentissima specialistica.
Mica ho finito, per carità. Ho ancora qualche esame da dare perché il titolo sia "completo" per l'insegnamento.
Ora che manca poco però, non mi fermo mica. 
Continuo a dover mettere le gambe, perché la testa viaggia ormai in un'altra dimensione; continuo a cimentarmi nelle mie scene da drama queen navigata ogni volta che mi trovo nel più piccolo dei bicchieri d'acqua. Ma una cosa, questa cosa, porca vacca se la concluderò!



10 febbraio 2012

Era...chi lo sa.

Quand'ero piccina uscivo da scuola e andavo a casa della nonna Palmina.
Se il programma non prevedeva nessun altro di quegli inderogabili impegni tipici degli ottenni quali catechismo, acquisto di un nuovo paio di scarpe/vestito per una qualche grandiosa occasione o il corso di nuoto, allora la nonna mi preparava il latte con il Nesquik. Mi faceva sedere sulla sua sedia, a capotavola, al tavolo grande della sala, con qualche cuscino sotto al sedere. Mentre bevevo con la mia cannuccia gialla o rosa guardavo Mila e Shiro, aspettando che mia mamma venisse a prendermi al termine di una qualche riunione o di chissà quale inderogabile impegno tipico degli adulti.
Quando invece quell'ora trascorsa insieme alla nonna era solo una tappa in attesa di un'altra attività, in genere si trattava di un po' di tempo per rilassarmi prima dell'allenamento di ginnastica artistica. Allora la nonna mi portava in bagno, mi faceva togliere i pantaloni e le calze e mi faceva salire sul bidet. Mi diceva "Tieniti! Tieniti a me che cadi!". E io mi appoggiavo alla sua schiena mentre lei mi lavava i piedini e mi ripeteva quanto fosse importante andare in palestra in ordine e pulite. Nel frattempo guardavo fuori dalla finestra, il cielo già buio dell'inverno alle cinque del pomeriggio, le luci, il treno corto fischiettante. Poi mi faceva scendere e mi avvolgeva con quei suoi piccoli asciugamani su cui ricamava delle iniziali, o un fiorellino, o non si capiva cosa.

Piccole attenzioni di una nonna, che a distanza di più di vent'anni fanno ancora bene al cuore.

Era - Lucio Battisti ♪♬

09 febbraio 2012

"Di nemici, non di amici abbiamo bisogno."

C'è un modo simpatico per raccontare e sdrammatizzare la delusione causata da un rapporto di amicizia, su cui si è investito parecchio, che cola a picco lentamente, in silenzio? No perché io sono settimane che cerco le parole giuste ma proprio non le trovo. 

In (quasi) 29 anni non ho mai vinto l'ambitissimo premio "Amica dell'anno", anzi. Mio marito è la prova vivente che sono stata parecchio brava a tirare colpi bassi (così l'anonimo che ogni tanto commenta per puntualizzare le cose questa volta avrà meno lavoro da fare). Eppure crescendo ho imparato a chiedere scusa, ad essere disponibile senza farmi mettere i piedi in testa, ad esprimere un parere sincero quando mi viene chiesta un'opinione e non dire solo quello che ci si vuole sentir dire. Con alcune persone, però, pare che questo non sia sufficiente.
 
Mi spiace perché non credo di essere poi così strana, o cattiva, inaffidabile, egoista. So che ci sono delle amiche che mi vogliono davvero bene e per le quali farei qualsiasi cosa. Una di queste, nonostante i km che ci dividono, forse riesce a capire meglio di tutte le altre quali sono le sensazioni, qual è l'amarezza. Mi spiace non poter essere lì a condividere con lei una pausa pranzo, a cercare una ricetta per San Valentino, a comprare un libro, a cercare mobili per la casa. E forse ha ragione lei, è inutile rimuginarci troppo su: a volte le persone, gli amici, viaggiano semplicemente a velocità diverse, su strade diverse. Si percorre un tratto insieme e poi ci si divide. Si cresce, si cambia.

Mi trovo di fronte a qualcuno che inventa scuse, pensando che io non capisca; qualcuno che ritiene che la mia opinione non sia più importante, neppure gradita. Ed egoisticamente mi spiace anche perché avrei avuto bisogno di qualcosa di più di un "Ho saputo di tua nonna, condoglianze": persone che non avevo mai visto sono state più affettuose. Mi avrebbe fatto piacere un "Allora, ti hanno comunicato la data della discussione della tesi?", considerato che dovrebbe essersi accorta dei sacrifici che ho fatto in questi due anni. Mi spiace perché quando vuoi bene a qualcuno vorresti che capisse che per te è importante e che vuoi soltanto che sia felice. E vorresti sincerità, nessun giochino.

Ero convinta che certi atteggiamenti sarebbero rimasti chiusi nel cassetto "Le cose stupide che fai a 16 anni", che strana che sono!
Non importa, prendo e porto a casa.


30 gennaio 2012

Tempo fa mi avevano fatto notare questa cosa, poi causa eventi di vario tipo non ci ho più pensato.

Sta di fatto che il mio relatore della tesi è il Woody Allen del dipartimento di antropologia. E come si fa a non adorarlo? ♡
 

25 gennaio 2012

Colorblind

In questi giorni ho fatto di tutto per ricordarmi più cose possibili della mia nonna. Ho cercato fin da subito di aver chiaro in testa che cosa comporterà, per me, la sua assenza. È totalmente inutile scriverne qua: dovrei aprire un blog dedicato solo a lei per poterlo fare in modo completo. Nonostante questo però, nonostante l'impressionante numero di pensieri che la riguardano, mi rendo conto che qualcosa mi è sfuggito. Qualcosa che mi colpisce all'improvviso, mentre salgo le scale di case, stendo il bucato, correggo i compiti.
Oggi parlavo con Luca della spesa. Gli avevo chiesto di comprare le trofie per farle con il pesto. Ci ho messo un attimo a rendermene conto, ma le trofie al pesto, da quando viviamo insieme, le abbiamo sempre fatte col pesto della nonna. Ogni tanto ci dava una decina di cubetti di pesto congelato. "Ogni cubetto è la porzione giusta per voi. Così quando siete di fretta metà del lavoro è già fatto". Li tenevamo nel freezer, in un contenitore di plastica.
Insomma, oggi ho pianto un'ora per i cubetti di pesto. Domani non lo so cosa mi tornerà in mente.
So solo che ogni volta è come se qualcuno mi togliesse la corrente per un po', lasciandomi completamente priva di forze. Vuota.

01 gennaio 2012

Smettetela. Grazie.

Amici, parenti, conoscenti, colleghi, dentista, benzinaio, commessa smettetela di chiedermelo.
No, non sono incinta. 

Si, sono un po' ingrassata.

Si, mi metto i vestitini stile impero che fanno molto prémaman. Non "per nascondere qualcosa" con tanto di occhiolino e sgomitata. Me li metto perché mi piacciono e quando esco fuori a cena e mangio un po' più del solito posso stare seduta composta senza dovermi slacciare i pantaloni.

Si, sono passati quasi sei mesi dal matrimonio, ma non mi pare di aver letto nessuna legge o firmato nessun contratto in cui si parlasse di una scadenza per procreare.

E no, non sto aspettando perché ho paura che faccia troppo male, che il mio fisico non torni quello di prima (davvero c'è gente che rinuncia a mettere al mondo un bambino per questo?) o perché ci stravolgerà la vita. 

Anzi, lo vorremmo tanto. Lo vorrei più di ogni altra cosa al mondo.
Ad ogni stella cadente, ad ogni monetina lanciata in una fontana, ad ogni candelina spenta, ad ogni targa con tre numeri uguali vicini (lo facevate anche voi da piccoli, vero?), ad ogni volta che l'orologio della radiosveglia segna 11:11 o 22:22 il mio desiderio, il primo desiderio che l'istinto e il cuore comunicano al cervello, è questo: "Voglio un bambino". 
Purtroppo tutto questo non basta. L'istinto materno, il desiderio, l'amore non bastano. Noi abbiamo due lavori precari e due mutui da pagare, pochi soldi e nessuna stabilità. Ed è tristissimo dover ridurre un sogno così grande e forte a un semplice discorso economico. Eppure è così. 
Magari un giorno di questi saremo tanto folli da prenderci anche questo rischio, non si può mai sapere. Ma per ora no, non possiamo azzardare tanto.

Per cui, nel caso in cui qualcuno di voi lettori avesse intenzione di chiederlo, per favore eviti. Quella che può sembrare una battuta, una domanda di circostanza, è per me una ferita aperta. 
Piccola e superficiale, per carità, ma pur sempre una ferita. 

E poi comunque si, sono un pochino ingrassata. Per cui sareste pure un po' stronzi.