Somewhere over the rainbow...

10 novembre 2014

Friends will be friends. Forse.

Avere un figlio è un po' come quando ti lascia il fidanzato: una cartina al tornasole delle tue amicizie.
Chi ci è passato prima di me mi aveva avvertita: "Guarda che molti spariranno, non sarai più vista come Arianna, ma solo come una mamma".
"Ma noooooooo", pensavo io.
E invece si.
I vecchi amici si dividono in 3 categorie.
Quelli per cui tu sei sempre tu, con in più una splendida bimba. Parlano con te delle cose di cui  parlavate prima, ti raccontano i loro casini, ascoltano i tuoi, ti chiedono come sta Sveva, vogliono  vederla "ma già che siamo in giro andiamo anche in quel negozio che ho visto una giacca...". Accettano con un sorriso le tue scuse se sei in ritardo, se sposti un appuntamento all'ultimo, se quando sei in giro bisogna andare al bar per scaldarle il biberon. Non ho bisogno di fare nomi perché loro sanno di chi sto parlando. Da quando lei è nata non mi hanno mai lasciata sola, esattamente come hanno fatto prima che lei nascesse. E si contano sulle dita di una mano.

Quelli che pensano che tu sia diventata completamente schiava della tua nuova vita, totalmente immersa nel tuo nuovo ruolo di mamma e che tu non sia in grado di fare altro che non sia cambiare un pannolino, preparare un biberon, parlare di cacca. Per cui, nel dubbio, non ti chiamano più. Aperitivo, chiacchiere, aggiornamenti sulla loro vita sentimentale, lavorativa, gossip, sfoghi. Il nulla.
E non ti scrivono per sapere come sta Sveva. O per sapere come stai tu.
 
Quelli che pensano che avere un figlio non ti abbia cambiato per nulla la vita, anzi. Per loro sei solo "sparita" senza apparente motivo. Non sanno cosa vuol dire organizzare -anzi, RIorganizzare- tutto. Intendo a livello pratico proprio. Prima di pianificare qualsiasi cosa e uscire ora devo pensare a loro. Ci sono orari e tempistiche per mangiare, c'è da cambiarli se cagano, c'è da vestirli, c'è da pensare a cosa portarsi dietro tra cambio pannolini, cambio vestiti se si sporcano, copertina se avranno freddo, biberon di scorta, ciuccio, giochino preferito, la nanna per addormentarsi. Per cui organizzano aperitivi in posti in cui un passeggino non ci entra neanche smaterializzandolo, decidono di andare a mangiare  fuori all'ultimo secondo quando tu ormai sei uscita senza portarti dietro il 90% delle cose utili alla sopravvivenza di un neonato e rimangono stupiti se, un po' abbacchiato, te ne vai a casa.
E non ti scrivono per sapere come sta Sveva. O per sapere come stai tu.

Ci ho pensato molto in questi quattro mesi, cercando anche di farmi un esame di coscienza.
E si, inevitabilmente sono cambiata. Cambiano le priorità, cambiano le paure, le prospettive. Si aggiungono argomenti più o meno interessanti (delle cacche di Sveva parlo eccome, ma solo con alcuni amici fidati del club dei neonati -per fortuna ci siete voi!-), ma alla base io sono sempre io.
Dopo le prime settimane di paura e delirio, in cui abbiamo umanamente dovuto prendere le misure, siamo usciti praticamente ogni sabato sera. A casa di amici, in pizzeria. Sveva sta lì: a volte dorme, a volte piange, a volte va cullata, a volte si scappa di corsa per non disturbare tutto il locale. Ma non è un'arma di distruzione di massa, è una bambina. Non siamo infette, contagiose, puzzolenti. Non ho perso la facoltà di parlare quando ho partorito. Non devo essere trattata come un'appestata. E, attenzione: lei può stare a casa col suo papà e io uscire da sola a cena. L'ho fatto, ho dei testimoni.

Lo so, è uno sfogo lungo e noioso. Ma non ho potuto fare a meno di notare che da quando Sveva è entrata nella mia vita alcune persone ne sono invece uscite.
E di questo sono un po' delusa e amareggiata.


21 ottobre 2014

Minchia, ripigliatevi.



Si, minchia ripigliatevi.
Perché sono mesi che la gente intorno a me si lamenta e si piange addosso. Io li chiamo i "lamentini".
Lamentini per strada.
Lamentini su ogni santo stato di Facebook.
Lamentini sulle chat di whatsapp.
Si, ognuno ha i propri problemi, i propri casini, il proprio modo di affrontare le difficoltà. Ma se avete bisogno di sfogarvi con qualcuno per avere un buon consiglio o giusto per il bisogno di farlo, per quello esistono gli amici veri davanti a un caffè, oppure degli specialisti pagati per questo.
Perché è davvero fondamentale aggiornare il mondo ogni giorno sulle presunte sfighe che attanagliano la vostra vita? A volte anche più volte al giorno? E poi solo per sentirvi dire "No dai, non te lo meriti" o "Dai che tu sei forte!" dai vostri amici di fb che magari sono per il 90% compagni delle elementari che non vedete dal 92 o mezzi sconosciuti. I migliori sono quelli che scrivono "Che notizia, tutte a me capitano" (con tanto di faccine tristi e disperate) e poi a chi chiede "Cosa è successo?" rispondono "Ti scrivo in privato". No ma veramente? 
Perché è davvero fondamentale, ogni volta che ci si vede, monopolizzare la conversazione su voi stessi e le vostre disgrazie senza neanche fingersi minimamente interessati all'opinione e alle vite degli altri? Secondo me alcune cose ve le inventate pure.
E siete sempre pronti a parlar male e a fare confronti con gli altri, sia mai che ci sia qualcuno più sfigato di voi in giro, degno di maggiore compassione. E quando scoprite che si, effettivamente Pinco ha una sfiga che neanche ve la potete immaginare e che Pallo è messo pure peggio, fingete compassione, elargite "Mi dispiace", ma mettervi nei panni degli altri e chiudere quella cazzo di bocca mai. 
Scusate lo sfogo, vado a ripigliarmi anche io.

3 ottobre 2014

Non ci discutere mai, tu di' sempre: «Ah sì? È un'idea davvero brillante» e poi fai come ti pare.

Questa settimana si festeggia la SAM.
No, non è il compleanno della mia amica Samantha, anche perché io non ho un'amica Samantha.
Si tratta della settimana mondiale dell'allattamento materno e fino a tre mesi fa la cosa non mi ha mai minimamente interessata. Quando al corso preparto mi hanno chiesto, con tono retorico a dire il vero, "Allatterai al seno?" ho risposto "Si, perché no?".
Il "perché no" si è palesato il giorno dopo la nascita di Sveva. Ciucciava ciucciava, ma niente latte. Ciucciava ciucciava, ma in un giorno aveva già perso 300 gr. Solo qualche misera goccia di colostro che non avrebbe sfamato neanche una formica. E così anche il terzo e il quarto giorno.
"È perché non la stai attaccando abbastanza!", dicevano.
"È perché si attacca male", dicevano.
"È perché non vieni al nido ad usare il tiralatte!", dicevano.

È perché è così, ed era stato così anche per mia madre 35 e 31 anni fa.
Ho preso quindi la decisione di passare esclusivamente al latte artificiale. Una decisione sofferta. Sofferta perché in quel momento attraversi una tempesta ormonale pari al ciclo più terribile che hai mai avuto, elevato alla decima; sofferta perché sai che il tuo latte (ad averlo) farebbe un gran bene alla tua piccina; sofferta perché attorno a te in ospedale tutte allattano e tu sei la solita pecora nera; sofferta perché in nessuna - e dico NESSUNA- delle ostetriche ho trovato un'illuminata che mi abbia detto "Questo non fa di te una cattiva madre". Sia chiaro, non mi è stato neanche detto il contrario, ma i silenzi, gli sguardi di disapprovazione, alcuni commenti fatti a Luca, la ritrosia nel dare a Sveva - affamata e nervosa- un goccio di latte artificiale, parlavano da soli. L'ultima notte in maternità, quando Sveva finalmente dormiva dopo un bel biberon, ho preso la mia decisione. Con l'appoggio e il sostegno di Luca, di mia mamma e mio papà, della mia migliore amica, della mia ginecologa. Nessuno di loro mi ha detto "Scegli il latte artificiale", ma mi hanno regalato un semplice e sincero "Fai quello che ti senti".
A volte mi capita di leggere in giro su forum o gruppi dedicati alle mamme cose del tipo " È la scelta più semplice", "È puro egoismo, non ti interessa il bene di tuo figlio". Non sono così sicura che Sveva sarebbe felice di essere allattata da una madre nervosa e agitata, non sono così sicura che a livello emotivo sia una cosa facile da affrontare. EMPATIA, questa sconosciuta.

Credo che mia figlia sia serena se io per prima sono serena. 
Credo che una scelta del genere spetti solo ed esclusivamente alla mamma.
Credo che questo non faccia di me una madre snaturata.
Credo che questo non pregiudicherà in nessuno modo il mio rapporto con mia figlia.
Credo che tra donne, tra mamme, dovrebbe esserci maggiore solidarietà.
Credo che una scelta del genere non debba essere giudicata da NESSUNO, che si tratti di una cosa decisa a priori o che sia dettata da particolari condizioni. Purtroppo però continua a non essere così. Purtroppo però i silenzi, gli sguardi di disapprovazione, i commenti sono sempre dietro l'angolo. Bisogna semplicemente imparare a farseli scivolare addosso. Ci si mette un attimo, ma anche questo vuol dire essere mamma: fare delle scelte e assurmesene le responsabilità.

24 settembre 2014

'Cause you’re a sky full of stars

Dopo tanti mesi non so bene da dove riprendere, non so bene come riprendere.
Proverò a fare una breve lista dei momenti salienti di queste ultime 11 settimane (adooro fare liste).



- Sveva ha deciso di nascere con due giorni di ritardo, il 10 di luglio. Le contrazioni erano già iniziate il tardo pomeriggio del 9. Nonostante questo siamo andati a festeggiare il nostro anniversario con un'ottima cena svedese, che ho avuto il piacere di ritrovare qualche ora dopo nel gabinetto dell'ospedale. Diciamo che le aringhe marinate e le cipolle caramellate hanno fatto la loro parte.

- Siamo arrivati in maternità alle 3 di notte. Sveva è nata alle 10 del mattino. Epidurale (conditio sine qua non), spuntino, musica, ossitocina, parto. Ad un certo punto pensi che esploderai e impari presto che urlare non serve a niente, ma avere chi ti guida, chi ti incita e ti spiega cosa fare è fondamentale e io sono stata decisamente fortunata con ostetrica e ginecologo di turno. È stata un'esperienza stupenda, Luca era con me e posso dire con certezza che è stato il momento più bello della nostra vita.

- I giorni in maternità sono stati un incubo: attacchi di emicrania con aura come se piovesse, niente latte, ostetriche pressanti, Sveva affamata e isterica, carte false per avere un biberon che neanche un bicchierino di whiskey durante il proibizionismo americano. Poi si torna a casa e si ritorna a sorridere, grazie al cielo.

- Quella menata per cui i primi giorni una neomamma spesso non riesce neanche a farsi la doccia è vera. O almeno nel mio caso lo è stato. A volte non riesci neanche ad andare in bagno, ti dimentichi di mangiare, latte sulla maglietta, latte sui capelli, rigurgiti everywhere. Il segreto è lavarsi la faccia, mettersi almeno la crema idratante e togliersi il pigiama. Poi quando le cose cominciano a girare, uscire di casa e vedere gente. Che è un secondo uscire di testa. Le notti in bianco mettono a dura prova la tua salute mentale e quella della coppia. Io, grazie alle vacanze estive della scuola, ho avuto la fortuna di non essere mai sola durante quei deliri notturni. E ho ricevuto le dichiarazioni d'amore più grandi e più sincere.

Tutto il resto è amore puro: un sogno che dopo tanti anni si avvera ma che ancora faccio fatica a realizzare, gli sguardi, i primi sorrisi, i piedini morbidi, i giochini sparsi per casa, il pensiero costante "Ti rendi conto che l'abbiamo fatta noi? Che prima non c'era e adesso è qui?"
E mi sembra di non aver fatto nulla di veramente importante prima di lei.

22 maggio 2014

La ricorderemo così...

 Due modi diversi di "vedere" una gravidanza.

Iphone di Arianna --> Immagini -->
- Tante, tante, tante (troppe?) foto della mia pancia che da appena impercettibile diventa megagiga;
- Tante, tante, tante foto di body, tutine, pagliaccetti, idee per la cameretta...

Iphone di Luca --> Immagini -->


Giuro che non ho sempre dormito e che il divano non ha (ancora) preso la mia forma :)


9 aprile 2014

We are in this together.

C'è una bambina nella mia pancia.
E poi uscirà e sarà una bambina vera. Cioè, vera. Reale.
Non è più quell'idea di figlia che ho avuto per trent'anni nella mia testa (più che altro nel mio cuore). 
Ora c'è. C'è una bambina nella mia pancia. L'ho vista: il naso, le labbra. L'ultima volta si teneva i piedi con le manine, davanti al faccino. 
Sta lì, nella mia pancia. Ancora per un po'. Si muove, scalcia, singhiozza, si gira.
Prima non c'era e adesso c'è. L'abbiamo fatta noi. Prima non c'era.
C'è una bambina nella mia pancia.
Credo mi toccherà ripetermelo ancora tante tante volte perché continuo a non crederci, continua a non sembrarmi possibile. Che questa cosa possa succedere in generale, che possa succedere a me poi, figuriamoci.
C'è una bambina nella mia pancia.


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