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17 dicembre 2012

One step inside doesn’t mean I’m yours.

Da oggi ricomincia la mia vita,
non so bene quando me ne renderò conto davvero.

Non dovrò più dire "Non posso, devo studiare".

A Luca, ai miei, agli amici, alla domenica mattina fino a tardi nel letto, alle cene con tanto vino, alle gite in montagna, alle mie letture serali.
Tutto questo è molto bello.

C'è solo un particolare: dovrò trovare un'altra ottima scusa per non non vedere le persone che non ho voglia di vedere e per non fare quello che non ho voglia di fare.
Direi che, comunque, è un ottimo compromesso.



26 ottobre 2012

Il can che dorme.



«Due compiti per iniziare la vita:
restringere il tuo cerchio sempre più 
e controllare continuamente se tu stesso non ti trovi nascosto da qualche parte al di fuori del tuo cerchio».

Franz Kafka





Fin da bambina sono sempre stata una persona aperta, disponibile, socievole.
Fin da bambina sono spesso sembrata agli altri* palesemente - ma erroneamente- ingenua.
Credo di dare l'idea di essere una un po' tonta, una con la quale è facile allenare il proprio ego, in quanto (sembro) sprovvista del mio.
Glielo faccio credere.
Glielo faccio fare una volta, due, trecento. 
"Guarda Arianna che sciuocca!"
"Guarda come me la rigiro e mi sento intelligente con lei!"
"Guarda il mio ego com'è grande accanto al suo, muahahah!"
Per me non c'è problema, accetto questi rapporti piuttosto serenamente. Credo, col tempo, di aver imparato un po' a gestirli. La scuola e (alcuni, decisamente non tutti) miei alunni mi hanno aiutata molto. In fondo, avere a che fare con queste persone, è come gestire decine di preadolescenti egocentrici e capricciosi.

Poi però arriva il momento in cui alzo la testa. E sono tutti cazzi loro. Non mi piace, ma capita. In genere ci arrivano prima. Il più delle volte, col tempo, si rendono conto che sono una bomba ad orologeria. Che sono il can che dorme. Per non smascherarsi, non smettono di interpretare la loro parte, di sbattermi in faccia la loro superiorità, i loro successi, la loro perfezione, in un continuo confronto che - ahiloro- è perso in partenza. Non perché io sia una vincente, ma perché semplicemente non partecipo a nessun confronto.
Poi però arriva il momento in cui alzo la testa.


* sarebbe più corretto dire "alle altre". Non a tutte, per fortuna, ma in genere si tratta sempre di amiche. Femmine.

18 luglio 2012

She

Presente i tempi del liceo?

Tutte, nel nostro passato liceale, abbiamo avuto lei. Quella che non era tua amica e MAI avrebbe potuto esserlo. Innanzitutto era carina, magra, e i vestiti, tutti i suoi vestiti, le stavano benissimo. E avevi l'impressione che non gliene fregasse proprio nulla di quello che pensavano gli altri, tanto meno di quello che pensavate tu e quelle sfigate delle tue amiche. E poi stava con quello carino ma veramente, quello con cui volevate stare tu e quelle sfigate delle tue amiche. Insomma niente, ciao. Quella avrebbe potuto tranquillamente essere tua amica, perché c'era qualcosa che ti piaceva così tanto in lei, ma cioè, dai. Tu avevi già le tue amiche, che erano solo tre ma a volte era così difficile gestire tutto che sembravano venticinque. E tu in genere era quella che "Ok, va bene", e se si decideva che quella non può essere vostra amica, non poteva esserlo e basta. E poi tu avevi già tutti i complessi di inferiorità possibili al mondo, che avere un'altra amica con cui perdere ogni adolescenziale confronto te lo potevi risparmiare, perché un po' comunque ci tenevi a te.
Ecco, all'incirca era così.

Poi gli anni passano e il liceo è lontano anni luce.

Per caso un pomeriggio di qualche mese fa ritrovi lei. Si, quella carina del liceo, quella che non era tua amica. Su Instagram, tra una foto e un "❤ mi piace", eccola lì. Le scrivi qualcosa, perché ci sono immagini della sua vita che toccano un tuo punto debole, di fronte alle quali è impossibile non mettere da parte il liceo e sorridere, lei scrive qualcosa a te, perché non lo sai. E poi scopri che quei commenti sul tuo blog erano i suoi, che quel blog che spesso hai letto silenziosa era il suo. 

A volte siamo così ottusi da chiudere a chiave delle porte, senza neanche chiederci che cosa ci sia dietro. Io ci ho trovato una lunga chiacchierata davanti a un caffè, un po' di sana autoironia su come eravamo, gossip liceale, sogni realizzati e da realizzare. Ah, e un piano fitness da mettere a punto.

"Tu devi andare a casa? Perché se no potremmo stare insieme un altro po'". 



♪♬ She - Green Day ♪♬

10 luglio 2012

Come un'altra macchia nera sulla tua coscienza

Ciao.
Forse ti ricordi di qualche mese fa, di quelle quattro lettere che volevo scrivere ma non lo farò.
L'ultima, lo sai bene, era la tua. Lo faccio adesso, se ti va di leggere.
In realtà non so neanche se sai dell'esistenza di questo blog, ma in fondo credo di si. Credo che tu mi legga da sempre e dopo, da bravo, cancelli la cronologia del computer per non lasciare tracce. Sbaglio? Nel caso sbagliassi, allora, chiedo a qualche amico in comune (il buon Facebook dice che ne abbiamo ben 29) di mandarti il link via inbox, via mail, segnali di fumo, piccione viaggiatore o qualsiasi altro mezzo che non comprometta la tua maschera da bravo ragazzo. Ma fatelo davvero, per favore. (Grazie amici, che tanto voi sapete di chi sto parlando).

Ti scrivo adesso perché sono a un punto di sconcerto e delusione tollerabili: non l'ira funesta del subito, ma neanche l'arrendevolezza del dopo.
Sabato sera mi hai fatto assistere all'ennesima patetica dimostrazione della tua debolezza. Che poi sono sincera, non sono neanche più sicura che si tratti di debolezza. Forse sei solo stronzo. O molto stupido. E il motivo della mia rabbia è tutto qui: quello che eri e non sei più, quello che sei.

Mi chiedo: è normale non salutarsi? È normale a trent'anni incrociarsi in mezzo ad una via larga si e no 8 metri e FARE RECIPROCAMENTE FINTA DI NON ESISTERE? Davvero?
Sai cosa, forse te lo sei dimenticato ma vorrei dirlo, scriverlo, urlarlo, perché non è un crimine contro l'umanità e non vedo come questo possa ferire le persone ci stanno accanto ora: tu mille anni fa eri innamorato di me. E poi io di te. E siamo stati amici, i migliori amici che potevamo essere l'uno per l'altra. (Dovrei scriverci un libro, magari prima o poi lo farò. Tranquillo, ti darò un altro nome. Ti darò anche un po' più di palle, che mi sembra tu ne abbia discretamente bisogno). Per cinque anni abbiamo condiviso tutto. E adesso dobbiamo fare finta di non esserci mai conosciuti?

Ho rispettato e accettato già molto tempo fa la tua richiesta di non far parte in nessun modo della tua vita, come se l'educazione di un saluto possa davvero essere interpretato come un attomalizioso e di invadenza imperdonabile. Rispettato e accettato, ma mai condiviso lo sai bene. Non riuscirò mai a capire come io possa ancora essere, dopo tanto tempo, una minaccia per il tuo rapporto di coppia. Avrei anche un marito, per dire. Mi sono divertita tantissimo a interpretare la parte del capro espiatorio, un giubileo davvero. Adesso basta. Le vostre insicurezze non mi riguardano più, se mai davvero sono state affare mio e non il contrario.

Ti scrivo questa lettera solo per chiederti un favore: vuoi giocare a questo gioco? Allora rispetta le regole e ignoraci sempre, non solo quando la situazione te lo impone.
Cortesemente, se dovesse capitare di nuovo di incrociarci al pub quando tu sei solo e quindi di nuovo abile al saluto, evita di sbracciarti e allungare le mani per attirare la nostra attenzione. Te lo giuro, ho terminato la mia pazienza e potrei non rispondere di me.
Ti ho dato mille possibilità per non dover arrivare a questo punto, tu lo sai. Tu, tutto quel bene, lo sai.
E credimi, la rabbia non è che una piuma rispetto al peso della tristezza che mi fa essere arrivati a questo punto. Un mattone. Costruiamoci un bel muro e non scavalchiamolo mai più.
Per quel che vale, ne è davvero valsa la pena?



11 giugno 2012

Dreams into plans.



Cioè, mica vero. Io ci sto lavorando.
E questa botta di ottimismo durerà fino al prossimo imprevisto.
Però a volta bastano certe parole, qualche abbraccio, un sorriso e la persona giusta perché tutto sembri più semplice, più facile, più vicino. 
Magari i cant's ci metteranno un po' a diventare dei cans, ma i nostri sogni sono dei piani. Mica poco.


8 giugno 2012

Trovare un senso all'inutilità.

L'anno scorso siamo stati a Londra a capodanno.
 (Con attacco di emicrania con aura alle 23.10 del 31 in mezzo a Trafalgar Square, yeah!)


Poi a marzo abbiamo avuto l'occasione di andare con mio papà, sua moglie, mio fratello e mia cognata a Istanbul. Erano anni che non andavo in vacanza con (parte della) mia famiglia. 


Per concludere a luglio c'è stato il viaggio di nozze e non c'è molto da dire. Facce dubbiose e una sola domanda:
"Ma perché non andate alle Maldive come tutti?"
Perché l'Islanda è, secondo me, come dovrebbe essere il paradiso. Non sono mai stata cosi felice in nessun altro posto al mondo.


Quest'anno niente soldi, ergo niente viaggi. Mi dispiace, ovvio, ma forse è meglio così.
Sono stanca, fisicamente e mentalmente.

Sono stanca di studiare per quei pochi esami che mi mancano per avere finalmente il titolo abilitante. Sono stanca di non sapere cosa ci sarà dopo tutto questo sbatti: dovrò aspettare altri seimila anni per provare ad accedere al tfa? Passerò mai quella maledetta preselezione?

Sono stanca dell'ambiente pesante a scuola, di dover discutere, di dovermi difendere, di dover dimostrare. Ho sempre fatto il mio lavoro e non ho mai rotto i coglioni a nessuno, ma se a scuola non insegni da 30 anni per i colleghi sei solo la giovane precaria che ha manie di grandezze, che non capisce le dinamiche. Le possibilità che il prossimo anno io ritorni in quella scuola sono pari a zero. Sarò scorretta, ma spero che arrivi qualcuno di davvero incompetente e incapace che faccia pensare a qualcuno "Forse alla fine Arianna non era così male".

Sono stanca di persone che cambiano, delusioni, amicizie che finiscono. Sono stanca di dover sembrare io quella strana, mediocre, banale solo perché il mio sogno continua ad essere la famiglia del Mulino bianco. Io voglio una vita normale: una casa, un marito, un figlio. Se a 29 anni per qualcuno è "triste" o "da pazzi", amen. Nessuno vi ha chiesto la benedizione. Per fortuna però qualcuno capisce, qualcuno condivide, qualcuno non condivide, ma mi vuole bene e mi rispetta comunque.

Quindi niente, l'unica cosa che vorrei per quest'estate è stare con mio marito, fare qualche passeggiata in montagna, non dovermi circondare di persone false e negative.
E stare con mio marito. Tanto tanto tempo insieme, soli io e lui, tutti puccipucci e ciccipù (che poi non è vero perché dopo cinque minuti di puccipucci ci rompiamo le palle e ciao solecuoreamore, torniamo i soliti cretini).
L'ho già detto stare con mio marito? Che lo amo mille ♥


14 maggio 2012

Ogni possibilità infuria nei tuoi "perché?"

A volte mi sento come braccata dalla mia indolenza,
dal tempo che scorre inesorabile mentre io cerco di correre più forte per stargli dietro.
Non c'è nessuno a fare il tifo per me.
Anzi, mi sembra di risentire le voci di chi sembrava non fermarsi mai, anni fa, mentro io avevo i piedi incollati all'asfalto.
Mi dicevano che ero fragile.
Mi dicevano che ero indecisa, debole, condizionabile, perculabile.
Non tutti, eh. Ma qualcuno me lo diceva.
E in genere, queste cose, te le dicono proprio quelli che in quel momento ami di più,
proprio in quel momento in cui li ami di più.
In parte, forse, avevano anche ragione.
In parte, forse, sono stata al loro gioco.
Quelle parole restano. Fissate su un foglio a quadretti, a volte rimbombano nelle orecchie, le posso toccare come se si fossero infilate sotto la pelle dell'avambraccio destro. Non se ne andranno mai.

Allora continuo a correre, esausta, fino a quando i triangolini luminosi e intermittenti dell'emicrania con aura non mi si piazzano davanti e mi impediscono di vedere oltre la mia retina. Fino a quando la sera nel letto i pensieri escono dalla mia testa e si infilano nel cuscino, nelle coperte, nel buio e io non riesco più a dormire. E mi arrabbio, e a volte piango, e ciao.

Poi mi fermo. Mi fermo e rifletto. Con i piedi ben fissi nell'asfalto, come un tempo. Mi guardo attorno e mi rendo conto che nella mia corsa non sono stata poi totalmente inerme. Ho sposato l'uomo della mia vita, ho preso una seconda laurea, ho comprato una casa. Mi rendo conto che quella che alcuni hanno definito debolezza, e che invece mia mamma ha sempre amorevolmente chiamato "zucca di legno", mi ha portata fino a qui oggi.
E non ho finito. Mi sono solo fermata per prendere il fiato. Mi sono solo fermata per raccogliere i miei sogni.
Perché "Prof, gli adulti sognano? Lei sogna?".
Caspita, sì.
E quando questi sogni sono progetti, obiettivi, li tieni ben stretti a te, li infili nella tasca segreta della giacca, e ricominci a correre.




La tua fretta - Verdena ♪♬

1 marzo 2012

"Ciao, sono caduta". Seguono risate.

Poi ci sono i giorni così.
Ti svegli il tuo giorno libero e fai seimilaeventordici cose che avevi accumulato: vai a farti tagliare quelle simpatiche doppie punte che ormai avevano una vita loro e avevano anche già deciso di farsi un profilo su facebook per scherzarti; lavi la macchina perché l'ultima volta è stata...luglio 2010?; compri le cartucce per la stampante, fai un po' di spesa, saluti i cuginetti svedesi in visita che sono dei piccoli amorini, prepari un pranzo mica male (pollo con cipolle, speck e birra+riso basmati), fai foto tessere, compri marche da bollo, passi da Madreh. Poi, mentre sali canticchiando per le scale di casa tenendo a destra  la borsa, il cappotto che hai tolto perché "Ciao, è primavera!", un'orchidea, un catalogo sotto l'ascella e nella sinistra le chiavi pronta per aprire...bam! Cadi. Al rallentatore. In quuueeeiiii luuuunghiiiissssimiii seeeecoooondiiii peeeeennnssssiiiii:" Mollo l'orchidea? No, cazzo. È una delle dodici che ci hanno regalato per il matrimonio e che sono ancora divise tra casa di Madreh e di Suocera, la prima che porto nella casa nuova. La faccia o il ginocchio? La faccia o il ginocchio?". Ecco, il ginocchio. Ho deciso che era meglio zoppa ma con un bel sorriso e il naso dritto.

E quindi niente, mi sono disintegrata la rotula sul gradino di marmo. Sono cose belle. Pare che ci sia un piccolo versamento, un po' di gonfiore, un male porcissimo.  Si sopravvive. E poi insomma, l'altra sera Via col vento ce lo siamo sparate tutte: domani è un altro giorno.

E infatti...questa mattina pronta per uscire non ho trovato le chiavi della macchina. "La bici!", poi mi sono ricordata del maledetto ginocchio e quindi sono andata a piedi. Sono arrivata a scuola che ero pronta per entrare in doccia. Invece ho dovuto litigare con il segretario. Spiace, perché io a scuola, nella classifica "I prof di una certa importanza" sono la ruota di scorta dell'ultima ruota del carro. Però il mio lavoro lo faccio bene e mi prendo sempre le mie responsabilità. Le mie. Quelle degli altri se le prendessero loro, ecchecazzo.

Poi la giornata ha avuto la sua meritata svolta.
Vi risparmio tutta quella dovizia di particolari degli innamorati, mi limito a: giornata di sole, un breve viaggetto, amore tanto amore di marito, passeggiata manonellamano, gelato da Grom, canzoni e balletti in macchina, tanti baci. Tanto amore.

20 febbraio 2012

Just.do.it.

Fin da quando sei piccolo ci sono alcune Grandi Verità che i tuoi genitori, nel mio caso Madreh, hanno scoperto su di te e non fanno che ripeterti ogni volta che capita l'occasione giusta. Le mie sono:
1. Chi non ha testa mette gambe.
2. Ti perdi in un bicchier d'acqua.
3. Inizi una cosa e non la finisci mai.

Premetto: è tutto vero. O quasi.
1. Mai avuto testa, sempre messo le gambe. Dimentico e torno indietro: ho chiuso la macchina? Ho chiuso la finestra? Il portafoglio? Nell'altra borsa, a casa. I libri? Nel cassetto al piano di sotto, in sala insegnanti. Faccio liste, riempio post-it, ma serve a poco. E allora regolarmente torno indietro e rimedio.

2. Credo di aver imparato a nuotare discretamente nelle bottiglie d'acqua, nei secchi, nelle bacinelle. Nei bicchieri, però, mi ci perdo. Mi agito, comincio a non capire più nulla e anche la soluzione che è lì, davanti ai miei occhi, per me è invisibile. Allora piango, urlo e mando a fanculo chiunque mi capiti a tiro: marito, Madreh, Mao. Non ce n'è per nessuno.

3. In effetti sì, inzio molte cose e non le porto a termine. Ricordo quand'ero piccola i pomeriggi trascorsi in cucina con mio fratello a fare i compiti. Io lasciavo perdere il problema di matematica dopo due tentativi, lui restava piegato sul quaderno fino a quando non lo aveva risolto. Ho lasciato a metà il puzzle di un quadro di Klimt, lui ha finito quello 3D del Taj Mahal in un pomeriggio. Ho abbandonato, in ordine: la ginnastica artistica, il nuoto, il karate (dopo due lezioni, record personale di abbandono veloce), il pianoforte, la pallavolo. Quando decidevo di riodinare camera mia cominciavo carica di entusiasmo, tiravo giù tutto dalle librerie, svuotavo armadi e cassetti... e poi mi stufavo e invece di risistemare tutto, ributtavo dentro a casaccio. Ho abbandonato di corsa anche due lavori, uno dei quali dopo mille lacrime e soli 24 giorni (altro record personale di abbandono veloce).
Forse è per questo che non osavo dire ai miei che volevo prendere una seconda laurea. Temevo che avrebbero tentato di farmi ragionare, ricordandomi gli innumerevoli abbandoni. Non l'hanno fatto (credo che il pagarmi da sola le tasse abbia influito sulla loro positività a riguardo) e allora mi sono lanciata in questa avventura.
Si, Madreh ha voluto controllare il libretto ad ogni esame, come se davvero potessi inventarmi i voti e segnarmeli da sola (pare che ci sia qualche genio del male che lo fa. Pare che mia mamma ne conosca un paio, quindi ha sempre messo le mani avanti).
Poi ha cercato di boicottare il matrimonio perché "Se organizzi un matrimonio rimani per forza indietro con gli esami". In effetti avevo programmato di darne quattro nella sessione estiva, prima del fatidico 9 luglio, ma sono riuscita a darne solo due (ho dovuto eliminare quelli del 7 luglio, certo che pure io...).


Una settimana fa la discussione di questa seconda divertentissima specialistica.
Mica ho finito, per carità. Ho ancora qualche esame da dare perché il titolo sia "completo" per l'insegnamento.
Ora che manca poco però, non mi fermo mica. 
Continuo a dover mettere le gambe, perché la testa viaggia ormai in un'altra dimensione; continuo a cimentarmi nelle mie scene da drama queen navigata ogni volta che mi trovo nel più piccolo dei bicchieri d'acqua. Ma una cosa, questa cosa, porca vacca se la concluderò!



29 dicembre 2011

Quattro lettere che volevo scrivere ma non lo farò.

Ciao, 
volevo scriverti ma in realtà non vorrei. Perché tante volte è meglio mordersi la lingua e molte altre non parlare è l'unico modo per trattenere un'emozione che non vorresti perdere mai.

Volevo scrivere a te per dirti che nonostante le incomprensioni, le liti da sedicenni e gli errori da grandi, le lacrime, la distanza fisica e quella non, la tensione, gli anni e i silenzi, sei stata la migliore amica di sempre e cerco un po' di te in tutti quelli che ho attorno. Guardavamo un sacco di film sul divano di casa tua, ci imprestavamo i vestiti, andavamo ai concerti, leggevamo tanti libri (hai ancora il mio giovane Holden con tutti i miei disegni e commenti a lato, lo sai eh?), gareggiavamo a chi aveva il padre più stronzo. Prima della maturità ci siamo tagliate i capelli corti corti e la prima notte di università abbiamo dormito nel sacco a pelo insieme. Ci scrivevamo lunghe lettere per compensare quelle volte che la voce restava muta. Un giorno per strada mi hai raccontato che una nostra amica spesso ti infastidiva,  perché trascorrevate lunghi momenti senza dire una parola, e quei lunghi silenzi erano per te quasi peggio di tante frasi di circostanza. E poi mi hai detto che i nostri silenzi invece erano sempre carichi di pensieri, le giuste pause per prendere fiato, un modo per continuare da sole un discorso affrontato insieme o trovare spunti per uno successivo. Mi manchi e mai nessuna sarà come te.

Invece volevo dire a te, che non è cambiato nulla. Dopo anni in cui me l'ero risparmiato, questo Natale ho potuto riaprezzare il tuo celeberrimo scazzodellefeste, quel morbo che ti divora in ogni santa e non santa occasione in cui si riunisce la famiglia. La tua famiglia: i tuoi splendidi genitori e i tuoi amorevoli (e ancora dobbiamo capire perché, tutto considerato) figli. Ricordo, a distanza di anni, quella terribile sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato, il dubbio di una mia possibile responsabilità per quel malumore insistente; ricordo la mia mano stretta in quella della mamma mentre cerco con lo sguardo nei suoi occhi il permesso di essere felice, il giorno di Natale. Lei sorrideva dolce e mi diceva di andare a giocare con mio fratello. Il fatto è che, forse non te ne sei accorto, sono passati un po' di anni. Non c'è più la mamma ma mio marito accanto a me, non sono più quella bambina con il vestitino di velluto nero e le scarpe di vernice delle feste. Puoi rispondere male e fare il protagonista quanto vuoi, il tuo potere su di me non funziona più. Non hai mai voluto essere indispensabile per noi, come un padre dovrebbe essere, non rammarticarti se il tuo desiderio si è avverato.

E poi volevo scrivere anche a te, per dirti che mi sembri davvero più grande. Lo so, lo sei. Ma non è solo una questione di anni, ma di testa. Forse sei diventato quello che sapevo saresti stato, forse ti arrabbiavi con me perché pretendevo che lo diventassi subito e non era possibile. Tu avevi 15 anni e io 17. Eravamo un po' stronzi tutti e due, in fondo. Ma è bello parlarti di nuovo e aver chiuso definitivamente in un cassetto tutto ciò di cui non siamo mai andati fieri.

Infine volevo scrivere anche a te, per dirti che non ti scriverò. Lo so che aspettavi il tuo turno, ma questa volta non lo farò. Non te lo meriti, e lo sai.

3 agosto 2011

Per tutta la vita.

(cliccando sulla foto dovrebbe ingradirsi) 
 
Ho immaginato il 9 luglio 2011 da quando ero piccola. Cambiava l'ambientazione, cambiava lo sposo, cambiava il mio vestito, ma il sogno di vivere un giorno perfetto era sempre lo stesso. Perché significava aver trovato l'Amore, quello che non ti fa dubitare mai. Mica pizza e fichi.
Ecco, nessuno dei miei sogni è mai stato bello come il 9 luglio 2011. Nessuna felicità immaginata è mai potente e forte e intensa come quella che vivi davvero.
E' stato un giorno spensierato, senza la preoccupazione che qualcosa potesse andare storto: non importa se quelle nuvole si fanno di ora in ora più minacciose, non importa se quelle calle non sono proprio del colore che avevo chiesto, non importa se quasi arrivata in comune ricevo un suo messaggio con scritto "Io sto uscendo adesso" da casa. Traumatizzata dall'aver assistito a matrimoni in cui la sposa era furiosa per qualche imprevisto, ho pensato: per ogni cosa c'è una soluzione e se non c'è pazienza.
Le nuvole hanno scaricato giù un bel temporale appena entrati nel ristorante, salvi per un pelo; le calle del colore sbagliato ce le facciamo andare bene lo stesso e sono stata dirottata con una bella inversione di strada in un parcheggio per una divertentissima attesa dello sposo, con la mia testimone e il mio splendido cugino che mi aveva preparato una compilation ad hoc (si andava da Beyoncé a Madonna, da Cindy Lauper ad Ambra, passando per le Spice Girls e Raffaella Carrà. Cioè, roba di gran classe).

Credo di non aver mai visto mio papà così agitato e la mia migliore amica così seria, credo davvero che non mi sia mai mancato tanto il fiato come quando ho attraversato quella porta e ho visto tutte le persone a cui voglio bene e ho sentito le note di Staralfur. 
Sono riuscita a non piangere (mmh...quelle lacrimucce versate abbracciando i miei ex alunni facciamo che non contano), e credo anzi di non aver mai smesso di sorridere. Di un sorriso spontaneo, sincero, di quelli naturali che non ti fa male la faccia quando smetti. 
Credevo impossibile riuscire a mettere insieme amici che neanche si conoscevano tra loro e fargli trascorrere una bella serata. E invece ci sono state lunghe chiacchierate, sfide di ballo, cori e un selvaggio scambio di amicizie su facebook il giorno dopo.
Credo che le persone che ancora hanno da ridire sulla nostra storia, dovrebbero capire che è arrivato il momento di tacere.
Credo di non essermi mai sentita tanto bella: i capelli erano esattamente come li volevo, il trucco leggero e naturale, indossavo un vestito di cui mi sono innamorata al primo sguardo e nel quale mi sono sentita a mio agio da subito. Ero sempre io, ma mi sentivo speciale.
A distanza di quasi un mese ogni immagine è perfettamente nitida e cristallina: credo davvero sia stato il giorno più bello della mia vita. E Credo di non aver mai amato tanto Luca come quel 9 luglio e credo che non smetterò mai.

30 luglio 2011

Buoni propositi.

Vorrei scrivere del matrimonio, raccontarvi l'emozione di quel giorno.
Vorrei raccontarvi anche del viaggio di nozze, cercare di trasmettervi tutto quello che l'Islanda mi ha lasciato.
Vorrei sollevare anche qualche polemica nei confronti di alcune persone, senza farmi rovinare questo splendido momento della mia vita che sto vivendo.
Prometto che nei prossimi giorni lo farò. Con un po' di pazienza sceglierò le foto che preferisco, cercherò le parole giuste e dopo due post non ne potrete già più di me.
Ma ho bisogno di ancora qualche giorno per tornare alla vita di sempre, per riprendere i miei ritmi e raccogliere i pensieri, per farmi un bel piano di lavoro delle cose da fare ad agosto (studio, niente di esaltante), per abituarmi a chiamare Luca "mio marito" e per realizzare che sì, il mio sogno si è concretizzato e sono maledettamente felice.

23 febbraio 2011

Di noi tre.


Che cos'hanno in comune queste tre ragazze?
Beh, per cominciare, sono belle. È chiaro come il sole di notte.
Hanno tra i 25 e i 30 anni (mi sono tenuta larga, sia chiaro).
Ognuna di loro ha un blog: un microcosmo nel quale esprimere...qualsiasi cosa. Si spazia dalla riflessione seria, alla recensione di un film o di un libro, a piccoli sfoghi quotidiani. (Quello di Iaia lo trovate qui, quello di Lisa qui).
Tutte e tre amano leggere, amano la musica, amano viaggiare e la moda. (Attenzione! Non sono fashon blogger, lungi da loro).
Tra una cosa e l'altra, si può dire che sia qualche anno che queste tre fanciulle si "conoscono". Le virgolette sono d'obbligo. O meglio, per chi vive la situazione da fuori di sicuro lo sono. Ci siamo conosciute qui, sui nostri blog. Abbiamo cominciato a leggerci reciprocamente. All'inizio forse in modo silenzioso, non partecipe. Passata la diffidenza iniziale, abbiamo cominciato a lasciare dei commenti. Spesso però per quello che avevamo da dire un commento non era sufficiente. A volte, era troppo privato perché venisse lasciato lì, in mezzo alle opinioni di altri blogger. E allora ci siamo mandate delle mail, ci siamo sentite per messaggio, blackberry messenger, twitter, whatsapp e videochiamate su skype.  Insomma, abbiamo sfruttato tutto quello che la tecnologia ha da offririci. A volte, ci siamo quasi sfiorate e incrociate. Ma alla fine...no, mai incontrate.

Una è bionda, l'altra è mora, l'altra ancora è un'indefinita via di mezzo.
Una è senz'altro alta, le altre due credo siano più o meno uguali (e quindi più basse, ça va sans dire).
Tutte e tre hanno un gatto, non poteva essere altrimenti.

Guardatele bene.
Una di loro a luglio si sposa e le altre due pazze hanno deciso di esserci (maledette, voi avete già visto il vestito, non sarà più una sorpresa!).

Non riesco a immaginare quanto sarà bello girarmi e incrociare il loro sguardo, rispondere con un sorriso a un loro sorriso, abbracciarle per davvero, non come abbiamo fatto tante volte virtualmente.
Quando ho iniziato a scrivere questo blog non avrei mai pensato di poter trovare dall'altra parte dello schermo qualcuno che avrei potuto definire Amica. Loro lo sono, in un modo specialissimo.
Un motivo in più per aspettare luglio con impazienza.

2 novembre 2010

Lapo Elgatt

Da quando Lapo è con noi, mi hanno fatto questa battuta millemila volte: mi sembrava doveroso titolare questo post così.
Tra dieci giorni il Popic tornerà dal suo padrone. Per quanto triste, questo ha i suoi pro: dormirò di nuovo almeno come minimo sei, sette ore per notte senza interruzioni. Ripeto, senza interruzioni. Posso ripeterlo? Senza interruzioni. Niente più folletti di pelo sparsi in ogniddove: maglie, tavolo, lenzuola, lavatrice, frigo, calze...Niente più oggetti sbavati: pavimenti of course, ma anche libri, riviste, borse, pavimenti, fotografie con immagini ormai deformi (la sua bava è un tantinello acida), divani, tavoli...E poi dormirò. Dormiròòòòòò. Nessuno verrà a farsi le unghie sulla mia guancia alle 3.14 del mattino. Nessuno deciderà di adagiarsi sulla mia schiena alle 4.47. Nessuno tirerà giù un comodino intero addosso a colui che mi dorme accanto alle 5.06.
Ma (c'è un ma) Lapo ci mancherà da impazzire. Ce lo abbracciamo e coccoliamo come non mai. Gli parliamo con la vocina da scemi con cui gli adulti scemi parlano ai bambini (anche loro, per questo, potenzialmente scemi) e gli facciamo leccare tutti i piatti che non dovrebbe leccare. Ci mancherà come l'aria: quando quest'estate passava le serate in giardino e noi in giro, ad una certa ora ci dicevamo "Che facciamo, torniamo? Il Popic sarà lì che ci aspetta...ma sì, andiamo".
E' vero, Lapo non ha mai imparato ad usare il gabinetto come lo Sfigatto.


      Però cucina.                                                                                    E poi lava i piatti.
( Comunque, per la cronaca, non rimarremo senza un gattino a lungo, questo è poco ma sicuro!).

8 giugno 2010

Ci sono posti magici, in cui capitiamo quasi per caso, che nascondono sotto un sottilissimo strato di normalità, qualcosa di speciale. Ma come non sempre capita, l'immagine diventa chiara solo quando hai finito di unire i puntini.
Quattro anni fa, durante le vacanze di Natale, Luca ed io abbiamo trascorso una settimana in questo piccolo appartamento quasi in montagna: sono stati giorni bellissimi, all'insegna della tranquillità e del dolce far nulla. Ero all'ultimo anno di università, con gli esami da finire e la tesi che cominciava a prendere forma.
Due anni dopo, mio zio, ha comprato proprio quell'appartamento: l'ha risistemato e ci è andato a vivere...per pochi mesi. Poco dopo è partito, per lavoro, per l'Indonesia.
La primavera scorsa, approfittando di una settimana di ferie e della disponibilità di mio zio, ci siamo rifugiati di nuovo qui. In pochi giorni, lontana da tutto, ho avuto modo di riflettere sul mio lavoro, le mie priorità, i miei sogni. Tornata ad Aosta ho dato le dimissioni.
E' passato un anno. Sono successe tante piccole splendide cose: un nuovo lavoro, una nuova avventura universitaria, gli stessi sogni, un gatto, una "nuova" casa. Ancora una volta questo piccolo appartamento. Mio zio è tornato e ripartito e ora questo è il nostro (momentaneo) nido. Non è un caso, non voglio credere che lo sia. Mi sono legata a queste quattro mura nel momento stesso in cui ci ho messe piede tanti anni fa. Ci siamo sentiti subito a casa, subito parte di un qualcosa. Ho trascorso momenti felici, ho preso decisioni importanti. Ora sono di nuovo qui, a progettare il mio futuro insieme all'unica persona con cui ho mai pensato di farlo davvero.
Non può che essere un posto magico, no?

25 febbraio 2010

Mi sono commossa leggendo il tema di una mia alunna che sogna di diventare campionessa di pattinaggio artistico, e direi che è già sulla buona strada.
Ho pranzato con i tre uomini della mia vita: Ezio, Massi, Luca meglio conosciuti come Papi, fratellone e Tofi.
Ho camminato sotto la pioggia, e quella di oggi mi sembrava tanto avesse il profumo della primavera. Lo so che probabilmente domani nevicherà again, ma a pareva di si.
Ho fatto due chiacchiere e guardato le vetrine con una cara amica.
I miei stanno per uscire e tra poco arriverà Luca, per l'ennesima cena-esperimento... forse una delle ultime qui.
Sono felice, cavolo.

16 dicembre 2009

Grazie a chi ha tenuto le dita incrociate in silenzio. Grazie a chi ha rispettato la mia volontà di non parlarne quasi con nessuno, per paura di dover poi condividere la delusione con tutti. Grazie a chi mi ha sostenuta, appoggiando la mia decisione. Grazie anche a chi ha strabuzzato gli occhi e ha accompagnato lo sguardo perplesso con frasi tipo "Tu sei matta a volerti rimettere a studiare" o "Mi scusi signorina, ma lei ha già una laurea specialistica, cosa se ne fa di un'altra?". Grazie a chi ha stravolto un po' i propri piani, i nostri piani, e che ora ha tirato un sospiro di sollievo insieme a me.

Un anno fa stavo passando un periodo buio sotto tanti punti di vista e negli ultimi dodici mesi non è stato facile ricostruire un pò di autostima, di fiducia in me stessa, di sicurezza. Soprattutto perchè so che un anno fa ho deluso delle persone, non sono stata all'altezza della situazione quando si pensava che io potessi esserlo, quando si pretendeva che io lo fossi. Ma quando ieri ho avuto la bella notizia e ho chiamato quelle stesse persone, quelle a cui voglio più bene al mondo, ho sentito soddisfazione e orgoglio nelle loro voci. Difficilmente lo faccio, perchè raramente lui me ne dà l'occasione, ma voglio dire grazie soprattutto a papà, perchè ha usato le parole, proprio quelle, che aspettavo dai ventisei anni. E ora la sfida ha inizio. Di nuovo :)



W la Mi!


Bambini non temete! Babbo Natale quest'anno ha sembianze molto più dolci e carine, qui!



1 dicembre 2009

Placebo, Palasharp - Milano, 30/11/209


Si, la foto fa caghèr. Avevo anche un video. Faceva comunque caghèr, forse un pò meno. Ma blogger si rifiuta di uploadarlo e quindi, dopo 24 ore di attesa, ho optato per la foto.
Solo per dire che il concerto è stato molto bello. Andarci col Tofi (e con qualcuno sul tetto della macchina che ci tirava delle secchiate d'acqua, perchè non poteva trattarsi solo di pioggia) è stato molto bello, come sempre. Mangiarmi i panini seduta per terra in attesa che tutto cominciasse è stato molto bello. Ho un'insana passione per i panini e i pranzi al sacco in generale.
E poi volevo tranquillizzare Noemi: venerdì per i Muse ci sarò. Non sono scappata con Brian, sebbene ora come ora abbiamo lo stesso taglio di capelli e, sudato a fine concerto, fosse davvero un gran figo.
Ci saroòò!!

9 novembre 2009

Incontro


E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei,

la tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due.
Il sole che calava già rosseggiava la città
già nostra e ora straniera e incredibile e fredda:
come un istante "deja vu", ombra della gioventù, ci circondava la nebbia...
(Incontro - F. Guccini)


Mentre stavamo sedute una di fronte all'altra a raccontarci gli ultimi sei anni delle nostre vite, in un sabato pomeriggio di novembre qualunque, come l'ultimo che abbiamo passato insieme tanto tempo fa, mi è tornata in mente questa canzone... triste, malinconica.. come piace a me, insomma. Una frase in particolare mi risuonava per la testa:

"cara amica il tempo prende, il tempo dà..."


Il tempo, in effetti, ci ha tolto molto. In senso negativo, certo, ma l'ha fatto anche per il nostro bene. Ed è sempre lui, il tempo, che ci ha dato la maturità per ritrovarci, affrontare, superare.

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