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17 febbraio 2013

Quando nella vita senti puzza di merda, stai attento perché lo stronzo potresti essere tu.

Trovo incredibile la capacità delle persone di "rigirare le frittate".
Trovo incredibile l'abilità con cui, all'occorrenza, si possa passare dall'essere l'indifferente e insensibile carnefice all'indifesa e innocente vittima.
Trovo incredibile come sia semplice fingersi sensibili e nel giusto anche quando non si è altro che degli egocentrici egoisti.

Quanto è più facile giustificarsi che ammettere di comportarsi consapevolmente male?
Quanto è infinitamente più lunga la lista di alibi credibili per la propria coscienza di quella delle ragioni altrui?
Quanto sono stufa?

Certe persone non meritano neanche il mio fastidio.

26 ottobre 2012

Il can che dorme.



«Due compiti per iniziare la vita:
restringere il tuo cerchio sempre più 
e controllare continuamente se tu stesso non ti trovi nascosto da qualche parte al di fuori del tuo cerchio».

Franz Kafka





Fin da bambina sono sempre stata una persona aperta, disponibile, socievole.
Fin da bambina sono spesso sembrata agli altri* palesemente - ma erroneamente- ingenua.
Credo di dare l'idea di essere una un po' tonta, una con la quale è facile allenare il proprio ego, in quanto (sembro) sprovvista del mio.
Glielo faccio credere.
Glielo faccio fare una volta, due, trecento. 
"Guarda Arianna che sciuocca!"
"Guarda come me la rigiro e mi sento intelligente con lei!"
"Guarda il mio ego com'è grande accanto al suo, muahahah!"
Per me non c'è problema, accetto questi rapporti piuttosto serenamente. Credo, col tempo, di aver imparato un po' a gestirli. La scuola e (alcuni, decisamente non tutti) miei alunni mi hanno aiutata molto. In fondo, avere a che fare con queste persone, è come gestire decine di preadolescenti egocentrici e capricciosi.

Poi però arriva il momento in cui alzo la testa. E sono tutti cazzi loro. Non mi piace, ma capita. In genere ci arrivano prima. Il più delle volte, col tempo, si rendono conto che sono una bomba ad orologeria. Che sono il can che dorme. Per non smascherarsi, non smettono di interpretare la loro parte, di sbattermi in faccia la loro superiorità, i loro successi, la loro perfezione, in un continuo confronto che - ahiloro- è perso in partenza. Non perché io sia una vincente, ma perché semplicemente non partecipo a nessun confronto.
Poi però arriva il momento in cui alzo la testa.


* sarebbe più corretto dire "alle altre". Non a tutte, per fortuna, ma in genere si tratta sempre di amiche. Femmine.

21 settembre 2012

Se non hai niente di carino da dire, non dire niente.

"Le tue parole fanno male,
sono pungenti come spine,
sono taglienti come lame affilate
e messe in bocca alle bambine,
possono far male, possono ferire, farmi ragionare sì.
ma non capire, non capire.
Le tue ragioni fanno male,
come sei brava tu a colpire!
Quante parole sai trovare, mentre io non so che dire..."

Già, mentre io non so che dire.
Forse perché prima di parlare cerco di immaginare l'effetto delle parole che dirò.
Forse perché il mio lavoro mi ha insegnato a pesare, selezionare, sceglierle, le parole.
Forse perché so che uno stesso concetto può essere espresso in tanti modi diversi, a seconda delle situazioni, delle persone, dei sentimenti in gioco.



E quindi io non so che dire.
Perché rischierei di sembrare insensibile, cattiva, ingrata, vendicativa, permalosa, esagerata, gelosa, acida, fuori luogo, inadeguata.
E non voglio neanche costringermi a dire il contrario di tutto quello che penso realmente, perché allora l'unica parola per definirmi sarebbe "bugiarda".
Potrei sopportarlo, se davvero fossi tutte queste cose, ma non è così.
E allora quante parole sai trovare, mentre io non so che dire. 

18 luglio 2012

She

Presente i tempi del liceo?

Tutte, nel nostro passato liceale, abbiamo avuto lei. Quella che non era tua amica e MAI avrebbe potuto esserlo. Innanzitutto era carina, magra, e i vestiti, tutti i suoi vestiti, le stavano benissimo. E avevi l'impressione che non gliene fregasse proprio nulla di quello che pensavano gli altri, tanto meno di quello che pensavate tu e quelle sfigate delle tue amiche. E poi stava con quello carino ma veramente, quello con cui volevate stare tu e quelle sfigate delle tue amiche. Insomma niente, ciao. Quella avrebbe potuto tranquillamente essere tua amica, perché c'era qualcosa che ti piaceva così tanto in lei, ma cioè, dai. Tu avevi già le tue amiche, che erano solo tre ma a volte era così difficile gestire tutto che sembravano venticinque. E tu in genere era quella che "Ok, va bene", e se si decideva che quella non può essere vostra amica, non poteva esserlo e basta. E poi tu avevi già tutti i complessi di inferiorità possibili al mondo, che avere un'altra amica con cui perdere ogni adolescenziale confronto te lo potevi risparmiare, perché un po' comunque ci tenevi a te.
Ecco, all'incirca era così.

Poi gli anni passano e il liceo è lontano anni luce.

Per caso un pomeriggio di qualche mese fa ritrovi lei. Si, quella carina del liceo, quella che non era tua amica. Su Instagram, tra una foto e un "❤ mi piace", eccola lì. Le scrivi qualcosa, perché ci sono immagini della sua vita che toccano un tuo punto debole, di fronte alle quali è impossibile non mettere da parte il liceo e sorridere, lei scrive qualcosa a te, perché non lo sai. E poi scopri che quei commenti sul tuo blog erano i suoi, che quel blog che spesso hai letto silenziosa era il suo. 

A volte siamo così ottusi da chiudere a chiave delle porte, senza neanche chiederci che cosa ci sia dietro. Io ci ho trovato una lunga chiacchierata davanti a un caffè, un po' di sana autoironia su come eravamo, gossip liceale, sogni realizzati e da realizzare. Ah, e un piano fitness da mettere a punto.

"Tu devi andare a casa? Perché se no potremmo stare insieme un altro po'". 



♪♬ She - Green Day ♪♬

24 giugno 2012

Gefstu ekki upp, velgengni í lífinu er langhlaup*

La mia testa non ce la fa. La sensazione è quella di essere in una stanza piena di oggetti e non trovare un posto per sedermi. E io vorrei solo maledettamente sedermi un attimo. Vorrei prendermi un po' di tempo per cercare di sbrogliare questa matassa di pensieri aggrovigliata che mi ritrovo in testa, ogni santa mattina. Cerco di ignorarla, di concentrarmi su questo esame, l'ennesimo, che sto preparando. Cerco di pensare che ho fatto tanto e non posso mollare adesso. Non ci riesco. L'ansia è più grande e forte e affamata di me, divora (quasi) tutto.

Ho dei sogni, no, dei progetti, e degli ostacoli davanti.
No, certo, non sono l'unica. Il mondo intero ha dei sogni e degli ostacoli. Ma questi sono i miei, e mi sembrano tanto più grandi di quelli di chiunque altro. Siamo egoisti tutti allo stesso modo, sono certa che anche per voi è così.

Odio quest'estate. Andare a lavorare mi aiutava ogni giorno a ricordarmi perché mi sono inflitta questa tortura della seconda laurea, degli esami integrativi. Ora che i banchi sono vuoti, i ragazzi in vacanza e non ci sono più lezioni da preparare, compiti da correggere, soddisfazioni da raccogliere, mi sembra di non avere più un motivo. Ho davanti solo un'estate di stupido studio e disoccupazione.
E odio tutti. Perché è brutto dirlo, ma nessuno (non è vero, Luca è la mia solita incrollabile eccezione) capisce il casino che ho dentro. Non ne parlo, quindi a meno che non siano dotati di una sfera di cristallo difficilmente possono capire. Ma anche da quel poco che lascio trasparire sembro solo una bambinetta lagnosa, quelle da liquidare con un "Ho detto no, punto".
Sono solo stanca di sentirmi ripetere le stesse cose da persone diverse. Sorrido e annuisco. "Ah ahn, si hai ragione!". Ma loro non lo capiscono che sto facendo fatica, che sto arrancando, che ho finito le stelline dell'invulnerabilità. Loro non lo sanno che se mi fermo sono perduta, che quel progetto è così grande da tenermi sveglia la notte, che ho paura di doverlo rimandare ancora. E allora, in un circolo vizioso, finire i maledetti esami è l'unica cosa da fare, avendone le forze.

Vorrei potermi addormentare e risvegliare a settembre, proprio come dice quella canzone. Far scivolare in pochi secondi quest'estate nel dimenticatoio, risvegliarmi con gli esami finiti, la chiamata della scuola già avvenuta, l'Ansia un lontano ricordo. E cominciare a lavorare sui miei sogni, no, progetti.

Bel modo adulto di affrontare le cose, si.

* Don't give up. Success in life is a marathon




8 giugno 2012

Trovare un senso all'inutilità.

L'anno scorso siamo stati a Londra a capodanno.
 (Con attacco di emicrania con aura alle 23.10 del 31 in mezzo a Trafalgar Square, yeah!)


Poi a marzo abbiamo avuto l'occasione di andare con mio papà, sua moglie, mio fratello e mia cognata a Istanbul. Erano anni che non andavo in vacanza con (parte della) mia famiglia. 


Per concludere a luglio c'è stato il viaggio di nozze e non c'è molto da dire. Facce dubbiose e una sola domanda:
"Ma perché non andate alle Maldive come tutti?"
Perché l'Islanda è, secondo me, come dovrebbe essere il paradiso. Non sono mai stata cosi felice in nessun altro posto al mondo.


Quest'anno niente soldi, ergo niente viaggi. Mi dispiace, ovvio, ma forse è meglio così.
Sono stanca, fisicamente e mentalmente.

Sono stanca di studiare per quei pochi esami che mi mancano per avere finalmente il titolo abilitante. Sono stanca di non sapere cosa ci sarà dopo tutto questo sbatti: dovrò aspettare altri seimila anni per provare ad accedere al tfa? Passerò mai quella maledetta preselezione?

Sono stanca dell'ambiente pesante a scuola, di dover discutere, di dovermi difendere, di dover dimostrare. Ho sempre fatto il mio lavoro e non ho mai rotto i coglioni a nessuno, ma se a scuola non insegni da 30 anni per i colleghi sei solo la giovane precaria che ha manie di grandezze, che non capisce le dinamiche. Le possibilità che il prossimo anno io ritorni in quella scuola sono pari a zero. Sarò scorretta, ma spero che arrivi qualcuno di davvero incompetente e incapace che faccia pensare a qualcuno "Forse alla fine Arianna non era così male".

Sono stanca di persone che cambiano, delusioni, amicizie che finiscono. Sono stanca di dover sembrare io quella strana, mediocre, banale solo perché il mio sogno continua ad essere la famiglia del Mulino bianco. Io voglio una vita normale: una casa, un marito, un figlio. Se a 29 anni per qualcuno è "triste" o "da pazzi", amen. Nessuno vi ha chiesto la benedizione. Per fortuna però qualcuno capisce, qualcuno condivide, qualcuno non condivide, ma mi vuole bene e mi rispetta comunque.

Quindi niente, l'unica cosa che vorrei per quest'estate è stare con mio marito, fare qualche passeggiata in montagna, non dovermi circondare di persone false e negative.
E stare con mio marito. Tanto tanto tempo insieme, soli io e lui, tutti puccipucci e ciccipù (che poi non è vero perché dopo cinque minuti di puccipucci ci rompiamo le palle e ciao solecuoreamore, torniamo i soliti cretini).
L'ho già detto stare con mio marito? Che lo amo mille ♥


1 giugno 2012

Don't let them have their way, you're beautiful and so blasé

Avere 17 anni è fondamentalmente una figata.
E se ti sono piaciuti così tanto puoi continuare ad avere 17 anni ancora per un po'.
Tipo fino a 21. Magari 23. Dai, 24.
Ma se a 29, o a 33 (cioè!!) continui ad avere 17 anni c'è qualcosa che non va.

So che la cosa a qualcuno potrebbe risultare sconvolgente, ma oltre a non sapere cosa metterti per uscire la sera, comprare vestiti e scarpe e a uscire la sera, c'è tutto un mondo oltre quella sottile soglia, un mondo a cui in genere noi tristi e noiosi 27enni, 29enni, 31enni diamo il nome di, tadadadan, Responsabilità.
Fa paura, è uno schifo: ci sono le bollette, il bucato, la spesa, la cassetta del gatto da pulire, il pranzo da preparare ogni santo giorno che oggi che minchia mi invento, il lavoro e quando tutto ti sembra finito...tutto ricomincia, senza passare dal via.
E allora forse è meglio continuare ad avere 17 anni tutta la vita, giocando, a spese degli altri, ad avere 30 anni. 

Alla fine però, dopo il primo smarrimento iniziale, c'è una cosa che capisci sulle responsabilità. 
Ad ogni mal di pancia, ad ogni notte insonne, ad ogni pianto a denti stretti corrisponde una soddisfazione. Piccola, insignificante, grande, immensa. 
Ed è solo tua, sudata sofferta agoniata. Solo tua.
E lo so che per te la mia soddisfazione non vale niente, perché hai 30 anni ma in realtà ne hai 17.
Un po' mi spiace, davvero.
Forse un giorno capirai.



(Tra parentesi: avere 17 anni è una figata.
No, davvero. Per me è stata una figata. L'anno più bello del liceo, uno degli anni più belli della mia vita.
Un mix di sensazioni bellissime quali: il primo fidanzato, poter stare fuori fino a tardi la sera, cantare in motorino ferma al semaforo, suonare il basso nelle Turbata capillos, band tutta al femminile che ha avuto tipo 5 giorni di vita, una festa di classe memorabile, canzoni canzoni mille canzoni, i pomeriggi passati al sole simulando uno studio matto e disperatissimo, il campeggio, la vodka e il tavolo appiccicoso del pub.
Un mix di sensazioni di merda quali: il primo fidanzato, le litigate con madreh perché sei rimasta fuori fino a tardi la sera, i compiti di matematica e le versioni di latino. E le interrogazioni di fisica, Gesù le interrogazioni di fisica. E tutte le risposte che vorresti avere. E qualcuna ce l'hai ma non era Quella, e allora piangi stai male t'incazzi. Le amiche non capiscono un cazzo, tua madre non capisce un cazzo, pure tu però non hai le idee poi così chiare. Poi c'è il problema di come vestirsi: tutto troppo lungo, troppo corto, troppo scollato, troppo costoso, troppo poco adatto a te. Sono problemi. 
Sono gli unici problemi.).


16 maggio 2012

...mentre accarezzavo l'idea delle coincidenze.

In 13 giorni di ritardo ci ho inconsciamente (e irresponsabilmente) un po' sperato, sebbene sapessi che era impossibile.
Ho ritardi una volta su due, da quando ho 13 anni.
Questa volta però non so...
Ho pensato: "Forse quella sera, dopo quella bottiglia di vino, ci è sfuggito qualcosa...".
Sta mattina mi sono arrivate.

14 maggio 2012

Ogni possibilità infuria nei tuoi "perché?"

A volte mi sento come braccata dalla mia indolenza,
dal tempo che scorre inesorabile mentre io cerco di correre più forte per stargli dietro.
Non c'è nessuno a fare il tifo per me.
Anzi, mi sembra di risentire le voci di chi sembrava non fermarsi mai, anni fa, mentro io avevo i piedi incollati all'asfalto.
Mi dicevano che ero fragile.
Mi dicevano che ero indecisa, debole, condizionabile, perculabile.
Non tutti, eh. Ma qualcuno me lo diceva.
E in genere, queste cose, te le dicono proprio quelli che in quel momento ami di più,
proprio in quel momento in cui li ami di più.
In parte, forse, avevano anche ragione.
In parte, forse, sono stata al loro gioco.
Quelle parole restano. Fissate su un foglio a quadretti, a volte rimbombano nelle orecchie, le posso toccare come se si fossero infilate sotto la pelle dell'avambraccio destro. Non se ne andranno mai.

Allora continuo a correre, esausta, fino a quando i triangolini luminosi e intermittenti dell'emicrania con aura non mi si piazzano davanti e mi impediscono di vedere oltre la mia retina. Fino a quando la sera nel letto i pensieri escono dalla mia testa e si infilano nel cuscino, nelle coperte, nel buio e io non riesco più a dormire. E mi arrabbio, e a volte piango, e ciao.

Poi mi fermo. Mi fermo e rifletto. Con i piedi ben fissi nell'asfalto, come un tempo. Mi guardo attorno e mi rendo conto che nella mia corsa non sono stata poi totalmente inerme. Ho sposato l'uomo della mia vita, ho preso una seconda laurea, ho comprato una casa. Mi rendo conto che quella che alcuni hanno definito debolezza, e che invece mia mamma ha sempre amorevolmente chiamato "zucca di legno", mi ha portata fino a qui oggi.
E non ho finito. Mi sono solo fermata per prendere il fiato. Mi sono solo fermata per raccogliere i miei sogni.
Perché "Prof, gli adulti sognano? Lei sogna?".
Caspita, sì.
E quando questi sogni sono progetti, obiettivi, li tieni ben stretti a te, li infili nella tasca segreta della giacca, e ricominci a correre.




La tua fretta - Verdena ♪♬

27 marzo 2012

A ogni passo lasciare portarci via da un'emozione non piena, non colta.

Due sabati fa, all'entrata del pub, un buon uomo ha gridato: "Ehi, dove andate? La signorina quanti anni ha?". La signorina ero io.
Oltre a sembrare una sedicenne, io mi vesto come una sedicenne, guardo telefilm da sedicenne con protagoniste sedicenni, l'unica musica che riesco ad ascoltare quando studio è Britney Spears, ho il diario da sedicenne invece dell'agenda da insegnante, mi annoto le frasi che mi piacciono come quando avevo sedici anni.

Io a volte ho sedici anni.

Però ho anche la patente, due lauree, un marito, una casa, due mutui, delle orchidee. Ho la carta di credito, le foto del viaggio di nozze, un gatto. So usare la lavatrice, la pentola a pressione e la vaporella. Pago le tasse, le spese di condominio, le bollette e la tassa dei rifiuti.

Vivo in un limbo: da un lato mi sento addosso il peso dell'essere diventata grande, dall'altro mi lascio trasportare dalle emozioni di un'adolescente. Sto cercando di trovare un equilibrio, soprattutto negli ultimi mesi.

Forse, su tre cose ho trovato una quadra. Vabbè, facciamo due.
Amo mio marito con lo stesso trasporto con cui si ama per la prima volta a sedici anni. Quando scrivi il suo nome sul foglio mille volte, quando chiudi gli occhi e t'immagini scenari e situazioni da film in cui tu hai i capelli perfetti, lui quella maglietta che gli sta tanto bene, rallenty, musica in sottofondo e ciao. Sono passati otto anni e lo amo così. Ma dell'amore dei sedici anni non ho più l'incertezza, i dubbi, i timori. Guccini diceva "Non fu facile [...] pensare d'avere un domani e stare lontani; tutti e due a immaginarsi: "Con chi sarà?"" . Ecco, è facile adesso pensare al futuro: tanti sogni, tanti progetti che dipendono da noi. Lui c'è, per me. Niente ma e niente se.

C'è la questione amicizia, che è sempre stata un tasto dolente. A sedici anni avevo, già dalle scuole medie, un'amicizia che è stata come un grande amore. Quando è finita ho smesso di avere delle amiche. Col tempo mi sono ammorbidita e ho stretto nuovi rapporti, da grande. Non ci sono più state telefonate giornaliere, gelosie, quella morbosità tipica di quando la tua migliore amica è come tua sorella, è una parte di te. Ci sono stati consigli, valutazioni, una presenza discreta ma affidabile. Ci sono stati però anche dei limiti imposti e dei limiti inevitabili. Ho sbagliato di nuovo, forse mi sono accontentata, forse ho cercato di inseguire l'idea dell'amicizia e mi sono persa quelle sensazioni viscerali che provavo un tempo. Sto cercando di ritrovarle nelle mie poche amicizie e ho capito che quella vecchia amica resterà sempre un grande amore. Più maturo e consapevole, ma pur sempre un grande amore. E gliel'ho detto.

E poi ho smesso di fare i capricci e sto imparando a non dormire più a pancia in giù.
Che ho sempre rotto le palle a mezzo modo con i miei mal di schiena. E quando mi si diceva "Eh ma se dormi così per forza, inarchi la schiena e la mattina son dolori!" rispondevo "O dormo così o non dormo". Mica vero.

Se non è trovare un equilibrio questo...
Farewell - Guccini ♪♬

1 marzo 2012

"Ciao, sono caduta". Seguono risate.

Poi ci sono i giorni così.
Ti svegli il tuo giorno libero e fai seimilaeventordici cose che avevi accumulato: vai a farti tagliare quelle simpatiche doppie punte che ormai avevano una vita loro e avevano anche già deciso di farsi un profilo su facebook per scherzarti; lavi la macchina perché l'ultima volta è stata...luglio 2010?; compri le cartucce per la stampante, fai un po' di spesa, saluti i cuginetti svedesi in visita che sono dei piccoli amorini, prepari un pranzo mica male (pollo con cipolle, speck e birra+riso basmati), fai foto tessere, compri marche da bollo, passi da Madreh. Poi, mentre sali canticchiando per le scale di casa tenendo a destra  la borsa, il cappotto che hai tolto perché "Ciao, è primavera!", un'orchidea, un catalogo sotto l'ascella e nella sinistra le chiavi pronta per aprire...bam! Cadi. Al rallentatore. In quuueeeiiii luuuunghiiiissssimiii seeeecoooondiiii peeeeennnssssiiiii:" Mollo l'orchidea? No, cazzo. È una delle dodici che ci hanno regalato per il matrimonio e che sono ancora divise tra casa di Madreh e di Suocera, la prima che porto nella casa nuova. La faccia o il ginocchio? La faccia o il ginocchio?". Ecco, il ginocchio. Ho deciso che era meglio zoppa ma con un bel sorriso e il naso dritto.

E quindi niente, mi sono disintegrata la rotula sul gradino di marmo. Sono cose belle. Pare che ci sia un piccolo versamento, un po' di gonfiore, un male porcissimo.  Si sopravvive. E poi insomma, l'altra sera Via col vento ce lo siamo sparate tutte: domani è un altro giorno.

E infatti...questa mattina pronta per uscire non ho trovato le chiavi della macchina. "La bici!", poi mi sono ricordata del maledetto ginocchio e quindi sono andata a piedi. Sono arrivata a scuola che ero pronta per entrare in doccia. Invece ho dovuto litigare con il segretario. Spiace, perché io a scuola, nella classifica "I prof di una certa importanza" sono la ruota di scorta dell'ultima ruota del carro. Però il mio lavoro lo faccio bene e mi prendo sempre le mie responsabilità. Le mie. Quelle degli altri se le prendessero loro, ecchecazzo.

Poi la giornata ha avuto la sua meritata svolta.
Vi risparmio tutta quella dovizia di particolari degli innamorati, mi limito a: giornata di sole, un breve viaggetto, amore tanto amore di marito, passeggiata manonellamano, gelato da Grom, canzoni e balletti in macchina, tanti baci. Tanto amore.

20 febbraio 2012

Just.do.it.

Fin da quando sei piccolo ci sono alcune Grandi Verità che i tuoi genitori, nel mio caso Madreh, hanno scoperto su di te e non fanno che ripeterti ogni volta che capita l'occasione giusta. Le mie sono:
1. Chi non ha testa mette gambe.
2. Ti perdi in un bicchier d'acqua.
3. Inizi una cosa e non la finisci mai.

Premetto: è tutto vero. O quasi.
1. Mai avuto testa, sempre messo le gambe. Dimentico e torno indietro: ho chiuso la macchina? Ho chiuso la finestra? Il portafoglio? Nell'altra borsa, a casa. I libri? Nel cassetto al piano di sotto, in sala insegnanti. Faccio liste, riempio post-it, ma serve a poco. E allora regolarmente torno indietro e rimedio.

2. Credo di aver imparato a nuotare discretamente nelle bottiglie d'acqua, nei secchi, nelle bacinelle. Nei bicchieri, però, mi ci perdo. Mi agito, comincio a non capire più nulla e anche la soluzione che è lì, davanti ai miei occhi, per me è invisibile. Allora piango, urlo e mando a fanculo chiunque mi capiti a tiro: marito, Madreh, Mao. Non ce n'è per nessuno.

3. In effetti sì, inzio molte cose e non le porto a termine. Ricordo quand'ero piccola i pomeriggi trascorsi in cucina con mio fratello a fare i compiti. Io lasciavo perdere il problema di matematica dopo due tentativi, lui restava piegato sul quaderno fino a quando non lo aveva risolto. Ho lasciato a metà il puzzle di un quadro di Klimt, lui ha finito quello 3D del Taj Mahal in un pomeriggio. Ho abbandonato, in ordine: la ginnastica artistica, il nuoto, il karate (dopo due lezioni, record personale di abbandono veloce), il pianoforte, la pallavolo. Quando decidevo di riodinare camera mia cominciavo carica di entusiasmo, tiravo giù tutto dalle librerie, svuotavo armadi e cassetti... e poi mi stufavo e invece di risistemare tutto, ributtavo dentro a casaccio. Ho abbandonato di corsa anche due lavori, uno dei quali dopo mille lacrime e soli 24 giorni (altro record personale di abbandono veloce).
Forse è per questo che non osavo dire ai miei che volevo prendere una seconda laurea. Temevo che avrebbero tentato di farmi ragionare, ricordandomi gli innumerevoli abbandoni. Non l'hanno fatto (credo che il pagarmi da sola le tasse abbia influito sulla loro positività a riguardo) e allora mi sono lanciata in questa avventura.
Si, Madreh ha voluto controllare il libretto ad ogni esame, come se davvero potessi inventarmi i voti e segnarmeli da sola (pare che ci sia qualche genio del male che lo fa. Pare che mia mamma ne conosca un paio, quindi ha sempre messo le mani avanti).
Poi ha cercato di boicottare il matrimonio perché "Se organizzi un matrimonio rimani per forza indietro con gli esami". In effetti avevo programmato di darne quattro nella sessione estiva, prima del fatidico 9 luglio, ma sono riuscita a darne solo due (ho dovuto eliminare quelli del 7 luglio, certo che pure io...).


Una settimana fa la discussione di questa seconda divertentissima specialistica.
Mica ho finito, per carità. Ho ancora qualche esame da dare perché il titolo sia "completo" per l'insegnamento.
Ora che manca poco però, non mi fermo mica. 
Continuo a dover mettere le gambe, perché la testa viaggia ormai in un'altra dimensione; continuo a cimentarmi nelle mie scene da drama queen navigata ogni volta che mi trovo nel più piccolo dei bicchieri d'acqua. Ma una cosa, questa cosa, porca vacca se la concluderò!



29 dicembre 2011

Quattro lettere che volevo scrivere ma non lo farò.

Ciao, 
volevo scriverti ma in realtà non vorrei. Perché tante volte è meglio mordersi la lingua e molte altre non parlare è l'unico modo per trattenere un'emozione che non vorresti perdere mai.

Volevo scrivere a te per dirti che nonostante le incomprensioni, le liti da sedicenni e gli errori da grandi, le lacrime, la distanza fisica e quella non, la tensione, gli anni e i silenzi, sei stata la migliore amica di sempre e cerco un po' di te in tutti quelli che ho attorno. Guardavamo un sacco di film sul divano di casa tua, ci imprestavamo i vestiti, andavamo ai concerti, leggevamo tanti libri (hai ancora il mio giovane Holden con tutti i miei disegni e commenti a lato, lo sai eh?), gareggiavamo a chi aveva il padre più stronzo. Prima della maturità ci siamo tagliate i capelli corti corti e la prima notte di università abbiamo dormito nel sacco a pelo insieme. Ci scrivevamo lunghe lettere per compensare quelle volte che la voce restava muta. Un giorno per strada mi hai raccontato che una nostra amica spesso ti infastidiva,  perché trascorrevate lunghi momenti senza dire una parola, e quei lunghi silenzi erano per te quasi peggio di tante frasi di circostanza. E poi mi hai detto che i nostri silenzi invece erano sempre carichi di pensieri, le giuste pause per prendere fiato, un modo per continuare da sole un discorso affrontato insieme o trovare spunti per uno successivo. Mi manchi e mai nessuna sarà come te.

Invece volevo dire a te, che non è cambiato nulla. Dopo anni in cui me l'ero risparmiato, questo Natale ho potuto riaprezzare il tuo celeberrimo scazzodellefeste, quel morbo che ti divora in ogni santa e non santa occasione in cui si riunisce la famiglia. La tua famiglia: i tuoi splendidi genitori e i tuoi amorevoli (e ancora dobbiamo capire perché, tutto considerato) figli. Ricordo, a distanza di anni, quella terribile sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato, il dubbio di una mia possibile responsabilità per quel malumore insistente; ricordo la mia mano stretta in quella della mamma mentre cerco con lo sguardo nei suoi occhi il permesso di essere felice, il giorno di Natale. Lei sorrideva dolce e mi diceva di andare a giocare con mio fratello. Il fatto è che, forse non te ne sei accorto, sono passati un po' di anni. Non c'è più la mamma ma mio marito accanto a me, non sono più quella bambina con il vestitino di velluto nero e le scarpe di vernice delle feste. Puoi rispondere male e fare il protagonista quanto vuoi, il tuo potere su di me non funziona più. Non hai mai voluto essere indispensabile per noi, come un padre dovrebbe essere, non rammarticarti se il tuo desiderio si è avverato.

E poi volevo scrivere anche a te, per dirti che mi sembri davvero più grande. Lo so, lo sei. Ma non è solo una questione di anni, ma di testa. Forse sei diventato quello che sapevo saresti stato, forse ti arrabbiavi con me perché pretendevo che lo diventassi subito e non era possibile. Tu avevi 15 anni e io 17. Eravamo un po' stronzi tutti e due, in fondo. Ma è bello parlarti di nuovo e aver chiuso definitivamente in un cassetto tutto ciò di cui non siamo mai andati fieri.

Infine volevo scrivere anche a te, per dirti che non ti scriverò. Lo so che aspettavi il tuo turno, ma questa volta non lo farò. Non te lo meriti, e lo sai.

30 novembre 2011

Voi ce l'avete?

Voi l'avete un posto in cui rifugiarvi per ritrovare la calma, l'equilibrio, la sanità mentale?
Intendo un posto in cui andate col pensiero, ovunque vi troviate: sul treno prima di un esame, in mezzo al traffico interminabile, in coda alle poste, sulla poltrona del dentista.
Io ce l'ho. Fino a qualche tempo fa il mio posto era un'attrazione di Eurodisney. Dopo varie ricerche sono riuscita a trovarla, si tratta di It's a small world. Cioè, è tremendo. A rivederlo adesso mi vengono il mal di testa e le vertigini; tutte quelle luci, la canzoncina insistente, troppi movimenti, troppi personaggi, troppo tutto. Eppure per tanto tempo mi è sembrato il posto migliore dove allentare la tensione. Forse proprio per la totale incapacità di pensare che un baraccone simile genera: come si può farsi prendere dai propri pensieri e non fermarsi impietriti ad osservare quel teatrino invadente?
Credo di aver scelto questo posto perché quando ci sono stata ero felice: avevo 17 anni, era la mia prima vacanza, ero con il mio ragazzo e la mia migliore amica. Ero felice come si può essere felici solo a 17 anni: tantissimo. Tantissimo relativamente all'improvviso capovolgersi degli eventi che può avvenire di lì a mezz'ora, trasformando il tutto nella più cieca e irrisolvibile disperazione. Così cieca e irrisolvibile come può sembrare solo a 17 anni.
Dopo quest'estate il mio posto è l'Islanda. Appena sento l'ansia fare capolino nello stomaco (è da lì che parte, la bastarda), cerco di tornare mentalmente in Islanda. Cerco quei luoghi isolati, la natura che si perde all'orizzonte, quella sensazione di essere su un altro pianeta, completamente disabitato, stupendo. Cerco quel silenzio incredibile che ci accompagnava ogni volta che spegnevamo il motore e scendevamo dalla macchina. Un silenzio fatto di gabbiani, di vento, a volte del ghiaccio che si muove. Un posto dove il tempo si è fermato, dove non può succedere nulla di male. Allora anche tutti i miei pensieri, le preoccupazioni sembrano dissolversi piano piano nella luce bianca, si perdono all'orizzonte riflesse sull'Oceano... vanno via lontano, lentamente, facendosi sempre più inconsistenti. 
È strano come, solo adesso che lo sto scrivendo, io mi renda conto di quanto questi due posti siano l'uno l'opposto dell'altro. Da una parte la confusione, dall'altra la quiete più totale. Forse vorrà dire qualcosa, forse no.
In ogni caso, se ieri a Torino avete visto una pazza che sul treno, sul tram, per strada ripeteva a bassa voce "Pensa all'Islanda, pensa all'Islanda, pensa all'Islanda", come una preghiera sussurata, un mantra misterioso, quella ero decisamente io.
E voi, l'avete un posto in cui rifugiarvi per ritrovare la calma, l'equilibrio, la sanità mentale?  

(Capite cosa intendo quando dico "no ansia"? Le vedete, nella terza foto, le preoccupazioni che prendono il largo? )



16 novembre 2011

Back.

Dietro a questa lunga assenza (oddio, ve n'eravate accorti, vero?) non c'è una precisa volontà di smettere di scrivere, per la carità. 
Dietro questa lunga assenza c'è solo la vita: il trasloco, il marito, la casa nuova, il gatto, il lavoro, pilates, l'università. In realtà dietro questa lunga assenza c'è anche la telecom che non veniva a metterci la linea nuova, per dire.
Durante queste settimane ho prodotto i post più meravigliosi della mia carriera di blogger: sono sicura che, se solo li avessi scritti, sarei stata contatta da una qualche casa editrice per pubblicare un libro che tutti avrebbero letto che mi avrebbe fatto fare un sacco di soldi che avrei usato per pagare il mutuo che.
Vabbè, niente. Non li ho scritti.
E poi c'è quel giorno che entri in classe e, non sai come ci siete arrivati, alunna F. ti chiede:
"Prof, ma che senso ha...?" 
e pensi "...studiare grammatica, fare l'analisi del periodo, imparare le poesie a memoria". Ma mentre ti prepari la risposta da prof, di quelle che "sivabbè", alunna F. continua:
"Che senso ha tutto quello che facciamo...vivere...se tanto poi dobbiamo morire?".
Ecco. 
"Che senso ha avere dei progetti, impegnarsi per realizzarli se tanto poi di noi non rimane niente?".
Appunto.
"Prof, lei me lo devo dire".
A volte vorrei tanto che qualcuno lo spiegasse anche a me, F. 
Vorrei avere la risposta alle tue domande, che sono le stesse di tutti, anche le mie. Vorrei averle quando vado a dormire tardi, troppo tardi la sera, per prendere questa laurea che porcamiseria io la mia laurea me la sono già presa. Vorrei averle quando mi scontro col (non)rapporto che ho con mio padre e gli errori in cui ricado ogni volta con lui. Vorrei averle quando penso a Laura che un pomeriggio mi ha scritto di cose di tutti i giorni e due giorni dopo non c'era più.
"Prof, ha pensato alla domanda che le ho fatto ieri? Ha trovato una risposta?"
Eccome se ci ho pensato, F. 
La risposta vorrei provare a dartela. Perché la mia risposta, per me, siete anche voi.
La mia risposta sono Luca e Mao. La mia risposta è la nostra casa nuova che profuma di candela alla vaniglia e ha tutti i nostri libri dentro; sono i nonni, la nonna, che non molla mai. La mia risposta sono le foglie in autunno e la prima neve che soffoca i rumori. La mia risposta è un paio di scarpe nuove e una telefonata con un'Amica; la mia risposta sono le lenzuola pulite la prima sera che le usi. La mia risposta è il cestino della bicicletta che mi salva sempre quando ho tremila cose da portare a casa. La mia risposta è la mamma che mi chiama per confessarmi che sta mangiando la Nutella con il cucchiaino; sono i concerti a cui sono stata e quelli a cui andrò, le brioches tardi il sabato sera, qualcuno che con cui non parlavi da anni che mette da parte il rancore. La mia risposta sono le cose che ho deciso di fare per me e per chi è accanto a me.
Però F. la mia risposta non te la posso dare. Perché ognuno, di risposta, ha la sua.

(Nella foto, la nostra scuola).

30 luglio 2011

Buoni propositi.

Vorrei scrivere del matrimonio, raccontarvi l'emozione di quel giorno.
Vorrei raccontarvi anche del viaggio di nozze, cercare di trasmettervi tutto quello che l'Islanda mi ha lasciato.
Vorrei sollevare anche qualche polemica nei confronti di alcune persone, senza farmi rovinare questo splendido momento della mia vita che sto vivendo.
Prometto che nei prossimi giorni lo farò. Con un po' di pazienza sceglierò le foto che preferisco, cercherò le parole giuste e dopo due post non ne potrete già più di me.
Ma ho bisogno di ancora qualche giorno per tornare alla vita di sempre, per riprendere i miei ritmi e raccogliere i pensieri, per farmi un bel piano di lavoro delle cose da fare ad agosto (studio, niente di esaltante), per abituarmi a chiamare Luca "mio marito" e per realizzare che sì, il mio sogno si è concretizzato e sono maledettamente felice.

3 aprile 2011

Update.

Ok, devo avvisarvi: sono tra noi.
Potrebbero essere qui proprio ora, mentre state leggendo. 
I miei alunni della II.

Mi hanno scoperta, mi leggono e, attenzione attenzione, quei piccoli malvagi dodicenni, commentano anche (post precedente). E che commento, aggiungerei. Trattasi di una simpatica canzoncina inventata in onore di Mao e di un soldino di cioccolato - ancora incartato, ovvio - leccato dal mio bel gattino mentre io studiavo, quindi nascosto nel mio astuccio e prontamente scoperto dai sopracitati dodicenni:



Va beh. A parte questa emozionante novità, qui tutto procede as usual.
Lavoro. Studio. Preparativi. Pulizie. Studio. Lavoro. Preparativi. Studio. E bon. Degni di nota:
✔ Ho riprovato il vestito ed è stato più emozionante della prima volta. Forse perché era ottobre, invece ora mancano tre mesi e tutto diventa più reale.
✔ Avevo trovato delle scarpe splendide in uno dei pochi negozi splendidi di Aosta. Peccato che sia talmente splendido che entrata lì dentro mi sono sentita assolutamente inadeguata. Mentre io provavo dei fantasitici trampoli color magenta, spuntati e con plateau, per i quali avrei dovuto accendere un mutuo o in alternativa rubare la pensione della mia amatissima nonna, la commessa tastava le cosce di una cliente quarantenne elogiando la totale mancanza di cellulite. Ho avuto paura che venisse a controllare anche la mia pedicure. Volavano anche le sberle, poi.
Le scarpe comunque erano divine.
✔ Abbiamo scelto le fedi. Non vedo l'oraaaa ♡
✔ La mia amatissima nonna di cui sopra mi ha inaspettatamente donato una piccola somma di denaro (che espressione orribile, per altro), che io ho saggiamente impiegato non per comprarmi i trampoli di cui sopra, non per una borsa che ho visto nell'altro negozio splendido di Aosta (dove posso entrare tranquilla, non praticano il controllo delle condizioni fisiche ed estetiche delle clienti), ma bensì per pagare una parte del secondo round di tasse universitarie, cifra che ammonta a 1.762,00 euro. E chissene se non frequento, e chissene se si tratta di una seconda laurea, e chissene se non sono più nello stato di famiglia coi miei e quindi il mio reddito risulta quello di una pezzente, io la rata la pago tuuuuutta intera. Tutta tutta. Che culo, eh?

Concludo questo inutile aggiornamento sulla mia noiosissima vita con queste foto (visto che le precedenti sono state molto apprezzate). E comunque non è come sembra, lui mi vuole bene e ama mooolto farsi coccolare da me. 

23 marzo 2011

Piccoli cuccioli crescono.

Ieri era quinto il complemese di Mao (suona un po' come il mesiversario che si festeggiava con il fidanzato del liceo, ma più bello). Questa mattina gli ho scattato qualche foto: impresa praticamente impossibile perché era nel pieno di una delle sue crisi pazze in cui salto addosso ad ogni cosa che si muova e anche no. In particolare se la prende con la sua povera codina che, posso testimoniarlo, non gli ha fatto davvero nulla di male. Vi lascio qualche foto di quel cuoricino di gatto.





28 gennaio 2011

Vuoi mettermi una scopa in ....

Collega [generalmente acida e poco propensa al saluto]: "Tu hai già fatto quel lavoro noioso...?" [trattasi di scrivere dei documenti al pc. Un po' lungo e in effetti noioso ma nulla che richieda come prerequisito una laurea in ingegneria aerospaziale].
Arianna: "Si! L'ho appena consegnato."
C: "Ah, perché io non so neanche da che parte cominciare...Mi faresti vedere?".
A: "Certo. Andiamo al computer".
Io rimango in piedi, aspetto che lei si sieda davanti al monitor, nel frattempo infilo la chiavetta, apro il file. Lei rimane in piedi accanto a me.
A: "Ecco, guarda, devi modificare questo e questo, a seconda dell'alunno e della classe, e questo in base alle materie e agli interventi dei tuoi colleghi.".
C: "Cavolo, è un lavoro lungo, ci metterò una vita!".
A: "Io ci ho passato la domenica pomeriggio...".
Poi, guardando la sedia vuota come se fosse un trono sul quale mi stava eleggendo sovrana del computer e della sala insegnanti, pronuncia le fatidiche parole: "Ah, ok. Me lo fai tu?".

Muahahahahaahahah.

E chi sono io, la figlia della serva? La numero uno nella top ten delle cretine?  Nostra Regina dei Piedi In Testa? Medaglia d'oro di Prese nel Culo? Seeeeeee...contaci.

7 gennaio 2011

I'm alive.

Latito...
E più latito, più accumulo cose da scrivere.
E più accumulo cose da scrivere, meno ne scriverò.
La vacanzina a Londra in effetti è stata ricca fonte di spunti..
Tipo:
- la metropolitana di Londra è un gran casino. Inoltre non riesco a togliermi dalla testa la voce imperiosa che avvisa: "Mind the gap!", a intervalli di tre secondi;
- credevo di essere dotata di scarso senso dell'orientamento. Diciamo che più che una credenza era un dato di fatto: durante la gara di orientiring in seconda media ho girato in tondo per tutto il giorno. Ne ero consapevole, ma davvero non sapevo come uscirne. Beh, ricorderò invece questo viaggio a Londra come la conferma del fatto che non ho alcun senso dell'orientamento. Se non fosse stato per Luca sarei ancora ferma alla stazione Vittoria a fissare con sguardo attonito il pannello della metro.
No, non è vero. Sarei ancora all'aeroporto a cercare di capire dove si esce per prendere il Gatwick Express.
- in conseguenza a quanto appreso nel punto precedente, Luca ha esclamato, all'uscita di un Harrod's versione infernale durante il primo sabato di saldi, la seguente affermazione: "In Islanda facciamo che tu guidi e io guardo i cartelli?". Quel "Tu guidi" non può che essere dettato da una disperazione estrema. Pover uomo, si prospettano tempi duri per lui;
- la questione della guida a destra. A parte non avermi aiutato affatto con i miei problemi di orientamento, mi ha fatto sorgere alcune domande tipo: perchè? e poi, come avviene la distribuzione delle auto con la guida a destra: l'Inghilterra ne compra un tot sperando di venderle, o vanno su ordinazione? Ma di nuovo e soprattutto, perchè? So che cercando su google forse troverei la risposta, ma zero sbatti, per cui se qualcuno di voi lo sa non esiti a farsi avanti;
- la dimora della regina. Apprendo dalla guida che ha 78 bagni. Settantotto. Va beh...E poi: perché nessuna luce accesa in tutte quelle finestre (siamo andati a Buckingham Palace che già faceva un po' buio)? E ancora, come si vestirà la regina per stare in casa. La mia nonna Palmina, che ha più o meno la stessa età della sovrana d'Inghilterra, in genere indossa una gonna e delle simpatiche camicette e ai piedi porta pantafole di ogni tipo, spesso se le fa lei. Il tutto comunque molto comodo e casalingo. Ma la regina? S'ingioiella? Se le può mettere le ciabatte o deve sempre avere le scarpe? E dopo che è andata in bagno, la apre la finestra?
- perché gli inglesi non hanno il bidet? 
- la mia posizione sullo humor inglese non è cambiata. All'aeroporto di Londra,  porgo biglietto aereo e carta d'identità al poliziotto (sono poliziotti quelli? doganieri? guardia di finanza?) per i controlli. Sorride. Sfoglia un attimo le pagine del biglietto (avevo fatto il check-in online) e sorridendo mi fa notare che mi ero dimenticata di staccare dal plico dei fogli quello dell'andata. Mi scuso e gli dico che in verità pensavo ridesse per la mia pettinatura nella foto sulla mia carta d'identità. Infatti, mi dice. Ah beh, grazie.

Ma, a parte tutto ciò, il vero motivo per cui non ho più scritto nulla è questo:

Il piccolo Mao è entrato nella nostra vita e io approfitto di questi ultimi giorni di vacanza per dedicarmi completamente a lui. Inutile dire quanto siamo felici ed emozionati, è un batuffolo di pelo. Mi avevano detto che questa razza è particolarmente affettuosa e coccolona, ma non credevo lo fossero davvero così tanto.

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