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16 maggio 2012

...mentre accarezzavo l'idea delle coincidenze.

In 13 giorni di ritardo ci ho inconsciamente (e irresponsabilmente) un po' sperato, sebbene sapessi che era impossibile.
Ho ritardi una volta su due, da quando ho 13 anni.
Questa volta però non so...
Ho pensato: "Forse quella sera, dopo quella bottiglia di vino, ci è sfuggito qualcosa...".
Sta mattina mi sono arrivate.

22 marzo 2012

My closest friend linoleum.


Mal di testa, cattivo umore, insofferenza, debolezza.

Era un po' che non mi succedeva e mi sto sulle palle da sola. Patisco l'arrivo della primavera, mi sembra di avere le batterie scariche, le braccia pesanti, la testa legata con un filo come un palloncino, che svolazza in alto. 

Non credo di avere la forza per correggere i temi, per (ri)studiare per l'esame, per preparare la lezione per domani, per stirare. 

Vorrei solo sdraiarmi sul pavimento e aspettare che passi, come ho fatto tante volte. Non ha mai funzionato e il pavimento è freddo. E scomodo. Ma più giù del pavimento non puoi andare. My closest friend linoloeum.

Linoleum - Nofx ♪♬

7 marzo 2012

In the morning I'll be with you, but it will be a different kind.

Quando meno te l'aspetti senti qualcosa salire. Lo riconosci subito ma tenti di ignorarlo. Un cocktail di nostalgia, un po' di dolore, una manciata di ricordi. 
Non puoi piangere però, proprio adesso no. Stai spiegando le subordinate relative, stai parlando al telefono con la banca, stai seduta dalla parrucchiera aspettando il tuo turno, stai cercando di addormentarti e non è il caso di svegliare chi dorme accanto a te. 
Non puoi, non devi farti vedere debole, fragile, quella che a volte non riesce ad andare avanti.
E allora ti concentri e dai ordini.

Occhi, non osate anche solo inumidirvi.
Naso, non ci provare neanche a iniziare a colare.
Bocca, stai ferma. Quell'espressione non è per niente naturale.
Voce, ti prego non tremare, non tradirmi.
Vi prometto che non appena torno a casa, non appena rimarrò da sola, sarà un festival di lacrime e singhiozzi, un giubileo di pianti, di quelli che si fanno da bambini, quelli che, se nel frattempo provi a  parlare, non si capisce una parola di quello che dici.

Non spingi indietro le lacrime, no. Cerchi proprio di ostacolarle. Cerchi di rallentare la loro corsa, di fermarla. Comincia a farti la male la testa, le orecchie fischiano un pochino. Stai trattenendo un fiume in piena con la sola forza dei tuoi occhi, due piccole dighe pronte a crollare. Stringi i pugni, tutto deve essere coinvolto in questa eroica impresa.

Deglutisci, alzi appena lo sguardo, controlli la situazione.
Pare che nessuno se ne sia accorto. O forse si, ma è stato tanto gentile da far finta di nulla.

[Nonna, mi manchi.]

9 febbraio 2012

"Di nemici, non di amici abbiamo bisogno."

C'è un modo simpatico per raccontare e sdrammatizzare la delusione causata da un rapporto di amicizia, su cui si è investito parecchio, che cola a picco lentamente, in silenzio? No perché io sono settimane che cerco le parole giuste ma proprio non le trovo. 

In (quasi) 29 anni non ho mai vinto l'ambitissimo premio "Amica dell'anno", anzi. Mio marito è la prova vivente che sono stata parecchio brava a tirare colpi bassi (così l'anonimo che ogni tanto commenta per puntualizzare le cose questa volta avrà meno lavoro da fare). Eppure crescendo ho imparato a chiedere scusa, ad essere disponibile senza farmi mettere i piedi in testa, ad esprimere un parere sincero quando mi viene chiesta un'opinione e non dire solo quello che ci si vuole sentir dire. Con alcune persone, però, pare che questo non sia sufficiente.
 
Mi spiace perché non credo di essere poi così strana, o cattiva, inaffidabile, egoista. So che ci sono delle amiche che mi vogliono davvero bene e per le quali farei qualsiasi cosa. Una di queste, nonostante i km che ci dividono, forse riesce a capire meglio di tutte le altre quali sono le sensazioni, qual è l'amarezza. Mi spiace non poter essere lì a condividere con lei una pausa pranzo, a cercare una ricetta per San Valentino, a comprare un libro, a cercare mobili per la casa. E forse ha ragione lei, è inutile rimuginarci troppo su: a volte le persone, gli amici, viaggiano semplicemente a velocità diverse, su strade diverse. Si percorre un tratto insieme e poi ci si divide. Si cresce, si cambia.

Mi trovo di fronte a qualcuno che inventa scuse, pensando che io non capisca; qualcuno che ritiene che la mia opinione non sia più importante, neppure gradita. Ed egoisticamente mi spiace anche perché avrei avuto bisogno di qualcosa di più di un "Ho saputo di tua nonna, condoglianze": persone che non avevo mai visto sono state più affettuose. Mi avrebbe fatto piacere un "Allora, ti hanno comunicato la data della discussione della tesi?", considerato che dovrebbe essersi accorta dei sacrifici che ho fatto in questi due anni. Mi spiace perché quando vuoi bene a qualcuno vorresti che capisse che per te è importante e che vuoi soltanto che sia felice. E vorresti sincerità, nessun giochino.

Ero convinta che certi atteggiamenti sarebbero rimasti chiusi nel cassetto "Le cose stupide che fai a 16 anni", che strana che sono!
Non importa, prendo e porto a casa.


1 gennaio 2012

Smettetela. Grazie.

Amici, parenti, conoscenti, colleghi, dentista, benzinaio, commessa smettetela di chiedermelo.
No, non sono incinta. 

Si, sono un po' ingrassata.

Si, mi metto i vestitini stile impero che fanno molto prémaman. Non "per nascondere qualcosa" con tanto di occhiolino e sgomitata. Me li metto perché mi piacciono e quando esco fuori a cena e mangio un po' più del solito posso stare seduta composta senza dovermi slacciare i pantaloni.

Si, sono passati quasi sei mesi dal matrimonio, ma non mi pare di aver letto nessuna legge o firmato nessun contratto in cui si parlasse di una scadenza per procreare.

E no, non sto aspettando perché ho paura che faccia troppo male, che il mio fisico non torni quello di prima (davvero c'è gente che rinuncia a mettere al mondo un bambino per questo?) o perché ci stravolgerà la vita. 

Anzi, lo vorremmo tanto. Lo vorrei più di ogni altra cosa al mondo.
Ad ogni stella cadente, ad ogni monetina lanciata in una fontana, ad ogni candelina spenta, ad ogni targa con tre numeri uguali vicini (lo facevate anche voi da piccoli, vero?), ad ogni volta che l'orologio della radiosveglia segna 11:11 o 22:22 il mio desiderio, il primo desiderio che l'istinto e il cuore comunicano al cervello, è questo: "Voglio un bambino". 
Purtroppo tutto questo non basta. L'istinto materno, il desiderio, l'amore non bastano. Noi abbiamo due lavori precari e due mutui da pagare, pochi soldi e nessuna stabilità. Ed è tristissimo dover ridurre un sogno così grande e forte a un semplice discorso economico. Eppure è così. 
Magari un giorno di questi saremo tanto folli da prenderci anche questo rischio, non si può mai sapere. Ma per ora no, non possiamo azzardare tanto.

Per cui, nel caso in cui qualcuno di voi lettori avesse intenzione di chiederlo, per favore eviti. Quella che può sembrare una battuta, una domanda di circostanza, è per me una ferita aperta. 
Piccola e superficiale, per carità, ma pur sempre una ferita. 

E poi comunque si, sono un pochino ingrassata. Per cui sareste pure un po' stronzi.

29 dicembre 2011

Quattro lettere che volevo scrivere ma non lo farò.

Ciao, 
volevo scriverti ma in realtà non vorrei. Perché tante volte è meglio mordersi la lingua e molte altre non parlare è l'unico modo per trattenere un'emozione che non vorresti perdere mai.

Volevo scrivere a te per dirti che nonostante le incomprensioni, le liti da sedicenni e gli errori da grandi, le lacrime, la distanza fisica e quella non, la tensione, gli anni e i silenzi, sei stata la migliore amica di sempre e cerco un po' di te in tutti quelli che ho attorno. Guardavamo un sacco di film sul divano di casa tua, ci imprestavamo i vestiti, andavamo ai concerti, leggevamo tanti libri (hai ancora il mio giovane Holden con tutti i miei disegni e commenti a lato, lo sai eh?), gareggiavamo a chi aveva il padre più stronzo. Prima della maturità ci siamo tagliate i capelli corti corti e la prima notte di università abbiamo dormito nel sacco a pelo insieme. Ci scrivevamo lunghe lettere per compensare quelle volte che la voce restava muta. Un giorno per strada mi hai raccontato che una nostra amica spesso ti infastidiva,  perché trascorrevate lunghi momenti senza dire una parola, e quei lunghi silenzi erano per te quasi peggio di tante frasi di circostanza. E poi mi hai detto che i nostri silenzi invece erano sempre carichi di pensieri, le giuste pause per prendere fiato, un modo per continuare da sole un discorso affrontato insieme o trovare spunti per uno successivo. Mi manchi e mai nessuna sarà come te.

Invece volevo dire a te, che non è cambiato nulla. Dopo anni in cui me l'ero risparmiato, questo Natale ho potuto riaprezzare il tuo celeberrimo scazzodellefeste, quel morbo che ti divora in ogni santa e non santa occasione in cui si riunisce la famiglia. La tua famiglia: i tuoi splendidi genitori e i tuoi amorevoli (e ancora dobbiamo capire perché, tutto considerato) figli. Ricordo, a distanza di anni, quella terribile sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato, il dubbio di una mia possibile responsabilità per quel malumore insistente; ricordo la mia mano stretta in quella della mamma mentre cerco con lo sguardo nei suoi occhi il permesso di essere felice, il giorno di Natale. Lei sorrideva dolce e mi diceva di andare a giocare con mio fratello. Il fatto è che, forse non te ne sei accorto, sono passati un po' di anni. Non c'è più la mamma ma mio marito accanto a me, non sono più quella bambina con il vestitino di velluto nero e le scarpe di vernice delle feste. Puoi rispondere male e fare il protagonista quanto vuoi, il tuo potere su di me non funziona più. Non hai mai voluto essere indispensabile per noi, come un padre dovrebbe essere, non rammarticarti se il tuo desiderio si è avverato.

E poi volevo scrivere anche a te, per dirti che mi sembri davvero più grande. Lo so, lo sei. Ma non è solo una questione di anni, ma di testa. Forse sei diventato quello che sapevo saresti stato, forse ti arrabbiavi con me perché pretendevo che lo diventassi subito e non era possibile. Tu avevi 15 anni e io 17. Eravamo un po' stronzi tutti e due, in fondo. Ma è bello parlarti di nuovo e aver chiuso definitivamente in un cassetto tutto ciò di cui non siamo mai andati fieri.

Infine volevo scrivere anche a te, per dirti che non ti scriverò. Lo so che aspettavi il tuo turno, ma questa volta non lo farò. Non te lo meriti, e lo sai.

11 settembre 2011

Riposati, piccola lince.

Il sole che scende dietro la montagna laggiù, l'erba troppo alta che sarebbe ormai da tagliare, il profumo del bucato steso al sole e lui.

Lapo nascosto là dietro, tra il pergolato e la siepe di papà, cerca l'ombra e rifugge le nostre chiacchiere. Un gatto guerriero, quasi una lince, abituato alla solitudine e a vagar sui tetti. Ma riconosce l'amore e, solo quando lui lo vuole, non disdegna il calore di una carezza. 

Lapo è cacciatore generoso: si sdebita con noi portandoci piccole lucertole e topolini. Si, ma non ora. La luce del tramonto vuol dire riposo. 

Lapo profuma di foglie, di legna, di prato. Gli occhi chiusi verso l'orizzonte, la linguetta di fuori, il pelo lucente. Lo guardi, ti guarda, non vorrebbe essere da nessun'altra parte.

Ed è lì che per me sempre sarà. Tutto il resto non conta, tutto il resto non voglio farlo contare. 
Ciao amore mio.

10 giugno 2011

I libri sono l'umanità stampata.

Avete presente la sensazione che si ha appena finito di leggere un libro? Si, lo so che lo sapete. In una parola: il vuoto. E il vuoto è proporzionale all'intensità con cui avete letto e vissuto il libro. 
Magari era iniziata come una sfida. Avete storto il naso pensando "Mmmh...vediamo", con un po' di scetticismo ed esitazione. Può darsi che ci abbiate messo più del previsto, che a tratti vi siate annoiati, arrabbiati perché pensavate di esservi bloccati. Ma poi accadeva qualcosa e via, duecento pagine in una notte con gli occhi che si chiudono e lo sguardo all'orologio: "A e un quarto spengo"..."A e venticinque spengo"... e poi si fanno le quattro del mattino.
E quando le pagine nella vostra mano sinistra cominciano ad aumentare, contate quante ne rimangono nella destra... No, non può essere...solo 48 pagine...solo 27...poi 15...poi 3. E non ti arrendi: sfogli ancora in avanti sperando che ci sia ancora qualche riga da rubare per arricchirti il cuore.
Poi attorno a te, niente è più come prima. A volte ti estranei e pensi ai personaggi del libro, come se fossero amici che non vedi da tempo "Chissà cosa starà facendo..", "Chissà se poi...". Ognuno di loro, nel bene e nel male, ti resterà nel cuore e avrai per loro un pensiero speciale. 
Quando qualcuno, durante una conversazione, nominerà il titolo, quel titolo, per un attimo avrai una sensazione di stordimento, travolto dal ricordo di certe pagine, certe emozioni. Tutto quello che riuscirai a dire "È uno dei libri più belli che io abbia mai letto".

Ecco, vivere un anno scolastico da insegnante, per me, vuol dire tutto questo. 
Vuol dire immergersi in un mondo parallelo, fatto di tanti personaggi ognuno con la propria storia che si intreccia con quella degli altri. Non puoi non farti coinvolgere, immedesimarti, impegnarti, arrabbiarti, stancarti, provare soddisfazione. È impossibile, per me, rimanere distaccata, estranea, fredda, qualcuno direbbe "professionale". No, non io. 
Io ho scelto questo lavoro e questo lavoro ha scelto me, incredibilmente per caso, proprio perché ogni giorno ho a che fare con delle persone. Delle piccole persone che cominciano a diventare grandi e che, vuoi o non vuoi, ti trascinano nel vortice delle loro esistenze. Parli con loro di tutte le cose di cui è possibile parlare, pensi inevitabilmente a loro anche fuori dalle mura della classe, li sogni persino di notte dopo aver corretto venti temi in un pomeriggio. Portano vita nella tua vita e io credo che ci siano pochi lavori che riescano a creare questa magia.

Domani per me arriva l'ultima pagina di un libro stupendo che, per varie circostanze, ho vissuto con maggiore intensità rispetto all'anno scorso.
Perdonatemi quindi, se sarò un po' triste. Credo che ora possiate capire quel vuoto che domani sentirò.


Quelli che mi lasciano proprio senza fiato
sono i libri che quando li hai finiti di leggere
vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle
e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.
J.D. Salinger

18 gennaio 2011

Quisquilia

Ecco il commento che ho lasciato al video della più famosa e bionda fescion bloggher italiana. Commento che come al solito censurerà, per cui lo pubblico qua per condividerlo con le mie pettegole amiche blogger. Quelle "serie", mica quelle fescion che hanno millemila visite al giorno. VìVìBì.
Ci sono svariate cose nell'intervista che non mi hanno convinta. Te le espongo in modo educato e costruttivo, così che tu possa ritenerle degne di considerazione e pubblicazione.
- parli dell'immediatezza che il blog come strumento offre. Parli di fotografare persone piuttosto che una vetrina, per poi postare la foto sul blog e crearci un articolo. Ti seguo da molto e credo che tu questo non lo abbia mai fatto. Scatti foto con outfit studiati, ci fai della postproduzione sopra, poi le pubblichi. Cosa c'è di immediato in questo?
- il fatto che il tuo blog abbia più visite di quanti lettori abbia un giornale non vuol dire che la qualità del primo sia più alta di quella del secondo. Anche il film di Checco Zalone ha superato al botteghino "La vita è bella" di Benigni, ma sulla differenza tra i due film credo ci sia poco da discutere.
- la Rai è vecchia, non ti piace, ma ci vai. La coerenza è morta, viva la coerenza!
- dovresti parlare meno velocemente, ma più correttamente. Ci fa piacere che tu il computer lo veda tutti i giorni, altrimenti avresti bisogno di un paio di occhiali.
Oggi ho avuto una brutta giornata e da buona passiva-aggressiva sfogo le mie turbe sulle inutili fescion bloggher. Ora vado a dare un'occhiata al blog della francesA che ne ho una buona per tutte.

13 dicembre 2010

Castelli in aria.

Grazie agli anni da studentessa fuori sede a Torino, grazie agli svariati lavori che ho fatto, grazie a Madreh che è la degna figlia di un maresciallo degli alpini, posso dire di essere diventata una giuovine donna con chili di senso pratico ben conservati nel frigo. 
La frase che la genitrice mi ha ripetuto più spesso nei miei primi ventisette anni di vita è "Chi non ha testa mette gambe". A furia di ingegnarmi a rimediare alle cazzate che ho fatto e che faccio quotidianamente, ho sviluppato un istinto alla Mc Giver. Per fortuna la pettinatura è rimasta la mia. 
Da piccola, insieme a mio fratello, ho progettato dei petardi al peperoncino da lanciare sul balcone della vicina che ci impediva di giocare a palla in cortile.
Al liceo ero l'organizzatrice ufficiale delle cene di classe (oggi mi vengono gli sfoghi psicosomatici solo al pensiero).
Ho stupito svariate persone con la mia abilità nel fare il ponte con il cavo tra le batterie di due macchine.
La sera faccio la pipì, mi strucco e mi metto il pigiama tutto insieme (senza fare danni).
Ma soprattutto mantengo la calma e trovo una soluzione razionale quando perdo il treno.
Eppure su certe cose vado in corto circuito. Luca mi ha sempre rimproverato di avere la testa tra le nuvole, di immaginare, programmare e progettare spesso senza tener conto della realtà. 
Posso tranquillamente affermare di essere la regina indiscussa di svariati castelli in aria, nella terra vicina vicina di "Primaopoitelaprendinelculo".
Per cui eccomi di nuovo qui: a trattenere il respiro in attesa del vento che spazzi via tutto. Eccomi qui a temere il peggio al primo scricchiolio. E la cosa più triste è che non ci sono sudditi da incolpare, nemici da battere, guerre da vincere. I miei castelli in aria sono solo affare mio, a migliaia nella mia testa, ogni giorno qualcuno scompare, trascinato da quel piccolissimo particolare che io proprio non avevo considerato, ogni giorno qualcuno appare, frutto dell'ennesima fantasia di bambina che non sa davvero che cosa significhi "col senno di poi".
Aspetto. Poi magari vi farò sapere.

29 novembre 2010

Della sala insegnanti.

Oggi sono uscita da scuola imbufalita come raramente mi capita.
No, non è stato a causa di alunni asini e indisciplinati, anzi. Oggi è stata una giornata scolasticamente piacevole, anche in 1 A dove in genere entro armata di napalm con l’intento di non lasciare superstiti.
Oggi è colpa di una collega. Di lei ho già parlato precedentemente. Madame infatti soffre di perdite di memoria: dopo diversi mesi dall’inizio della scuola e svariati “Arianna, sono la collega di lettere della A” ho le prove che non è un cacchio vero che repetita iuvant.
Anche se credo che la questione non si limiti a qualche episodio di demenza senile. Madame fondamentalmente è una stronza maleducata.
Purtroppo ci incrociamo spesso: il nostro orario è molto simile, quindi ci ritroviamo quasi tutti i giorni in sala insegnanti in compagnia l’una dell’altra e di altri colleghi. L’indifferenza iniziale mi è sembrata naturale. Sono l’ultima arrivata, non siamo neanche nello stesso corso, non abbiamo la stessa età e credo neanche gli stessi interessi. Tuttavia durante quei quarti d’ora di convivenza forzata si cerca quasi sempre di evitare il silenzio, si prova a fare due chiacchiere.  Macché: il fotocopiatore attira più attenzioni di me. Ne sono consapevole, non sono una fonte inesauribile di discorsi interessantissimi e indispensabili per l’umanità, ma credo comunque di avere qualcosa da dire anche io, essendo dotata di cervello funzionante e al momento giusto anche di una discreta parlantina. Sicuramente più del fotocopiatore.
Ma alla fine va bene, questo lo posso accettare: non si può piacere a tutti, diomenescampi. Io non sopporto il 90% del genere umano per cui sono l’ultima che può parlare. Però credo che ci sia un limite, neanche troppo sottile, tra l’indifferenza civile e la maleducazione.
Madame sta organizzando un pranzo nella sua casa in montagna. Da una settimana a questa parte sta invitando i colleghi. Tutti. Tranne me, ovviamente. Pazienza, me ne farò una ragione. Ma immaginate di essere in una stanza voi, Madame e altri tre colleghi.
M - “Allora, l’11 ci siete a pranzo a casa mia?”
Io ovviamente, taccio. Capisco che l’invito non è rivolto a me.
M - “Tu, S. ci sei? Venite tutti su da me, magari faccio la polenta. E tu, M?...F., aspetta prima di scappare in classe, tu ci sei a pranzo da me?...”
Finito il giro sarebbe il mio turno. Alcuni colleghi mi guardano, lei tace, cala il silenzio. Lei  non se ne accorge o finge di non.
Questa scena si ripete da una settimana circa, con alcune simpatiche varianti.
In una di queste c’è Steve, il mio collega (uno dei pochi che inviterei se io decidessi di organizzare un pranzo a casa mia), che mi chiede come procedono i preparativi per il matrimonio. Lei ovviamente si intromette: perché se è brava ad escluderti è ancora più brava ad auto includersi. Dice che non sapeva mi sposassi. Capisce, da quello che diciamo io e Steve, che il mio futuro sposo è qualcuno che conosce anche lei.
M – “Ah, ti sposi con Luca G.?”
A – “Si!”
In genere, in queste occasioni, Madreh mi ha insegnato che si usa dire qualcosa tipo “Auguri” o “Congratulazioni”. Pura formalità, certo. Ma credo sia comunque meglio di un silenzio indifferente. Per altro lei e Luca sono colleghi di corso: se lui aveva qualche possibilità di essere invitato al famoso pranzo (pare che con lui parli e sia anche molto gentile) temo se la sia giocata con questa notizia inaspettata. Forse è perché questo che non ha detto nulla: stava cercando di ricordare se lo aveva già invitato e come fare per rimangiarsi il tutto.
Altra variante frequente è quella che vede lei invitare sempre il collega che mi è di fronte…parlandogli in francese. Ora, va bene che io insegno lettere e non francese, va bene che non sai che sono laureata in lingue, ma di sicuro non ti è sfuggito che la Valle d’Aosta è una regione bilingue, studiamo francese dall’asilo e che ho sostenuto una parte degli esami di maturità in francese. Insomma, davvero credi che io non capisca? È un insulto alla mia intelligenza e tu sei una stronza di prima categoria, perché non ti costa nulla alzarti in piedi e fare i tuoi cazzi di inviti in modo più riservato.
Io ci ho provato a non scendere al suo livello, ad essere sempre educata e gentile. La scorsa settimana le ho proposto il mio posto vicino alla finestra dove batteva il sole perché lei aveva freddo. La settimana ancora prima, quando dopo un’ora buca in cui era andata a farsi visitare una mano in ospedale è tornata ingessata, mi sono offerta di riaccompagnarla a casa in macchina, visto che non poteva guidare. Oggi è entrata in sala insegnanti dove c’eravamo solo io e il collega di musica e, essendo di buon umore, l’ho accolta con un sorridente “Ciao!” a cui lei ha risposto guardando oltre e dicendo “Ciao Salvatore!”. A meno che ancora non abbia capito che mi chiamo Arianna e non Salvatore, credo proprio che mi abbia amabilmente ignorata.
E allora amen. Se sentite dire in giro che sono una gran maleducata sappiate che è vero. Io da oggi non la saluto più neanche se mi cade su un piede o mi rotola addosso per le scale. 
Ecchecazzo. Evaffanculo anche.

23 novembre 2010

Trovami un modo semplice per uscirne*


La nostra vita quotidiana è bombardata da coincidenze o, per meglio dire, da incontri fortuiti tra le persone e gli avvenimenti chiamati coincidenze.[...].
L'uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita.
Milan Kundera



Questa sono io.
Cerco, in modo ingenuo, infantile, a volte disperato, l’avvenimento casuale per trasformarlo nell’Evento. Lo faccio da sempre, nel bene e nel male. Lo faccio per non arrendermi all’idea che i giorni siano tutti uguali, che qualcosa sia scritto e che lo stiamo seguendo senza neanche guardare i cartelli lungo la strada. Lo faccio perché amo essere recettiva, attenta, curiosa. Colgo i dettagli: la morbidezza di un contatto inaspettato, una nuvola a forma di elefante, le canzoncine di un bambino in coda alle poste con la sua mamma, il profumo delle tende pulite, gli sguardi ad un tavolo, le parole non dette.
Cerco, ogni istante, l’anello di congiunzione tra me e il mondo. Perché questo in fondo è quello che faccio: riuscire a trovare un punto di contatto tra quello che ho dentro e la realtà di tutti.
È splendido, quando accade. E, per mia fortuna, è accaduto spesso in passato: una notizia al telegiornale, un viaggio, una città, un libro sono solo alcune delle coincidenze che illuminano la mia strada ancora oggi.
Ma ci sono anche i buchi nell’acqua. L’ultimo è di pochi minuti fa.
Ho pensato che io e Luca avessimo finalmente trovato la casa giusta per noi, per il semplice fatto che il nome di battesimo della proprietaria è lo stesso della protagonista del mio libro del cuore. Qualcuno sta ridendo, riesco a sentirlo. Eppure….eppure ancora prima di sapere il prezzo, io ho creduto che quello fosse il MIO segno. Non per lei che vuole vendere la casa, non per un altro acquirente interessato e probabilmente neanche per Luca. Quel segno era per me. Non è stato così: ho fatto male i miei conti…anzi, non li ho proprio fatti fino a quando non ci è stata detta una cifra. La cifra, inarrivabile.
Ora, per citare Kundera, nella composizione della mia vita non si va ad aggiungere un motivo, ma una nota stonata. Lo so, è ridicolo. Eppure queste stupide delusioni lasciano un segno e mi capita a volte di voler smettere di cercare l’avvenimento casuale, lasciare che le cose siano. Per un nome di battesimo.
Questa sono io.

2 novembre 2010

If you have to go don't say goodbye

La mia amica A. venerdi sera è andata a dormire come tutte le altre sere. Era qualche mese che non ci sentivamo, ma sono sicura che aveva il suo solito sorriso, la risata pronta, il buon umore negli occhi, come sempre.
La mia amica A. sabato mattina, all’alba, si è svegliata con una telefonata di qualcuno che le ha detto che la sua mamma non c’è più. Nessuna lunga malattia, neanche qualche giorno per potersi abituare all’idea. Nessun saluto, nessun bacio d’addio, solo il vuoto all’improvviso, in una mattina che doveva essere come tutte le altre.
La mia amica A. è piccolina, minuta, ma sprigiona un calore indescrivibile. Ha venticinque anni ma ne dimostra meno, un buon umore contagioso, il sorriso sempre pronto a fare capolino. Non ci si annoia mai con lei. Quando abitavo a Torino adoravo andare a cena a casa sua: anche solo cucinare diventava un momento per divertirsi. L’ho vista affrontare gli esami e i momenti di tensione per la tesi con una calma per me, regina dell’ansia, impensabile.
La mia amica A. ieri al funerale della sua mamma era un’adulta, il volto impassibile e tremendamente pallido, ma lo sguardo presente. Non c’era traccia della ragazzina di sempre. Al suo posto c’era una donna segnata dal dolore, ma con il suo solito autocontrollo.
Avrei voluto abbracciarla forte, lì sul sagrato della chiesa, ma era visibilmente infastidita da chi la distraeva dal difficile compito di sorreggere suo padre e stringere la mano a suo fratello. Se credessi in dio, pregherei senz’altro per lei, gli chiederei di starle accanto, di restituirci, col tempo, l’A. che tutti conosciamo.
Ho trascorso questi ultimi tre giorni con il pensiero costante della morte. Cado nel baratro dei perché: perché mi riempio le giornate di impegni e poi non riesco neanche a trovare cinque minuti per bere un caffè con qualche buon amico? Perché faccio progetti a lungo termine, faccio scorte di sogni quando non ho alcuna certezza che tutto vada a buon fine?
Ogni volta che indirettamente mi tocca avere a che fare con lei mi rendo conto di come, da una volta all’altra, io non ci pensi più. E’ normale, credo. Non si può vivere con l’idea fissa che qualcosa di tremendo possa accadere alle persone che amiamo. Allora per qualche giorno ancora, magari qualche settimana, eviterò di innervosirmi con mia madre, cercherò di salutare Luca con un bacio ogni volta che esce di casa,  andrò più spesso a trovare i miei nonni. Ma so già che, inevitabilmente, le cose torneranno poco a poco come prima e la morte mi coglierà nuovamente impreparata e piena di sensi di colpa.


If you have to go don't say goodbye
if you have to go don't you cry
if you have to go I will get by
someday I'll follow you and see you on the other side

1 ottobre 2010

The rat within the grain.

Quella che per tanto tempo ho immaginato potesse essere la mezz'ora più bella della mia vita, è stata sicuramente una delle peggiori.
La colpa è mia, senz'altro. Andrea de Carlo in Due di due diceva che "non bisognerebbe mai immaginarsi niente molto in dettaglio perché l'immaginazione finisce per mangiarsi tutto il terreno". Molto saggio. Peccato che io non sia mai riuscita a mettere in pratica questo consiglio.
Avevo immaginato l'emozione trasparire dai tuoi gelidi occhi azzurri. Avevo riflettuto sulle parole che avresti scelto per dirmi "come sei bella, figlia mia" invece delle solite razionali riflessioni sui soldi e su come dividere le spese. Ero quasi riuscita a immaginare il tuo abbraccio caloroso una volta usciti dal negozio ma non ho sentito proprio niente, così distanti sul marciapiede.
E va bene così, dai.
Anzi, no.
Perché non l'ho chiesto io di essere tua figlia, eppure ho cercato di farlo nel migliore dei modi: ho vissuto con la costante preoccupazione di non essere un peso, attenta a non fare passi falsi, a non deluderti, a non farti pesare una situazione in cui sicuramente nessuno voleva trovarsi, ma di cui certo non posso assumermi la responsabilità, io. E il peso infatti lo portiamo noi, io e quell'altro ragazzo alto che mai mi ha lasciata sola e mai mi ha delusa negli ultimi vent'anni (com'era prevedibile, infatti, anche oggi è stato così).
Il tempo passa e io continuo a credere che le cose cambieranno, che la ferita si rimarginerà. Il mio sogno è quello di poter essere totalmente indifferente e impermeabile a tutto ciò che ci riguarda. Ho sviluppato delle mie strategie, ho dei metodi per farmi scivolare addosso le cose. Ci sono però delle falle, ci sono delle crepe, ci sono delle variabili che non avevo calcolato e fanno impazzire il sistema mandandolo, mi scuso per il francesismo, felicemente a puttane.
Quando imparerò a non permetterti più di farmi del male, papà? Quando smetterò di  permetterti di farmi sentire ancora una bambina sbagliata di fronte a te, quella che chiede e pretende senza averne diritto, anche ora che sono una donna?
Ma più che quando, come?
Qualcuno me lo spieghi, per favore.
Grazie ancora per aver rovinato quella mezz'ora, per aver aggiunto l'ennesimo ricordo di merda alla mia splendida collezione.
Che non è vero che ci ricordiamo solo le cose dolorese perché più traumatiche e quelle piacevoli si perdono nella memoria. A volte ci ricordiamo solo le cose brutte perché ci sono solo cose brutte da ricordare.

I wouldn't want you to want
To be wanted by me
I wouldn't want you to worry
You'd be drowned within my sea
I only wanted to be wonderful
And wonderful is true
In truth I only really wanted
To be wanted by you.

(Damien Rice_The rat within the grain)

11 agosto 2010

E poi ci sono i giorni no...

Avevo scritto qualche riga, su questo giorno no. Un elenco di gesti quotidiani alterati dal malumore. In realtà ho solo la testa appesantita da dubbi, ansie, pensieri. Niente di nuovo per quel che mi riguarda. Mi sento solo molto fragile, in balia delle cose che accadono attorno a me, in balia del tempo, in balia del nulla più totale. Mi sento solo nel posto sbagliato al momento sbagliato, fuoriluogo. Come sempre. Cerco rifugio nelle solite cose: il ricordo, il contatto con le persone che mi vogliono bene, anche quelle che non ci sono più o quelle lontane, la musica. Cerco sfogo nelle parole che butto nero su bianco, ma che poi cancello. Dovrei usare carta e penna, invece di una tastiera. E poi cerco un segno in tutto quello che mi circonda, qualcosa che mi faccia sorridere, qualcosa che mi dica che questa giornata non è poi tutta da buttare. Perché ora come ora la trascinerei volentieri sull'icona del cestino del Mac e lo svuoterei. Che quando lo svuoti fa sempre quel simpatico rumorino di carta accartocciata che mi piace un sacco. Che faccio, trascino e svuoto?

9 luglio 2010

ansia. L'

Ho una botta d'ansia. (Non come qualche settimana fa, per colpa del buddhismo tibetano).
Inutile ricercarne le cause: l'ovulazione, il caldo, il the verde.
Ho quell'angoscia strana, quella stretta alla bocca dello stomaco, che non è quella da primo giorno di scuola, quella da pre-esame, da colloquio di lavoro. Non nasce da una cattiva notizia, da un dubbio, da un presentimento. Non riguarda fattori esterni, non dipende da prove, esiti, prestazioni. Proprio il contrario.
Viene fuori all'improvviso da dentro, nel giro di pochi secondi è proprio qui, davanti agli occhi. Cerco di ricostruire i miei pensieri, capire se uno di questi in particolare l'ha scatenata. Non ci riesco. Ho come la sensazione di aver dimenticato qualcosa di estremamente importante, qualcosa di fondamentale.
Niente, ho l'ansia. Lavoro, università, vita, scelte, decisioni, impegni, progetti. Se non ho sempre tutto sotto controllo, vado fuori. Ma certe cose, sempre le più importanti, non posso schematizzarle in una tabella di marcia o farle diventare l'ennesimo punto dei miei innumerevoli elenchi delle cose da fare. (Adoro fare gli elenchi: la spesa, le pagine da studiare giorno per giorno, i prossimi vestiti di cui ho bisogno da comprare, le persone da chiamare...).

(L'amore rimane fuori da tutto questo, ovvio. Niente ansia: solo sorrisi e bicchieri di vodka; solo insalata di riso da buttare perché il gatto ci sta sguazzando dentro e cioccolato di quello buono; solo baci e un caldo africano).


22 giugno 2010

Cià pesci*

Sto preparando un esame di tibetologia, in particolare sul buddhismo tibetano.
"Bellissimo", è il commento di tutti coloro che mi chiedono cosa io stia studiando in questo momento. Una figata, è vero. Almeno fino a pagina 3. Dopo, il delirio.
Ad una prima lettura ho capito quasi nulla, ma quel poco, pochissimo che sono riuscita a cogliere, mi ha buttato addosso una coperta di paranoie, ansie e incertezze: il dolore è impermamente. Ottimo. Ma tanto chissene, perché tutto è impermamente. E allora pagina dopo pagina tutti i miei solidissimi castelli in aria hanno cominciato a crollare: progetti, ambizioni, sogni... all'improvviso mi sembra tutto così irragiungibile, impossibile.
Per carità, trovo questa religione/filosofia decisamente affascinante sotto molti punti di vista (che, lo giuro, ho ben chiari in testa ma ancora non riesco a formulare).
Però, io ciò l'ansia.

*espressione utilizzata da un mio alunno, il secondo giorno di scuola, per dirmi che il suo compagnetto di banco aveva come animali domestici dei gioiosi pescetti rossi. Ormai è entrata nel mio uso quotidiano.

3 marzo 2010

Da più di vent'anni ormai ho una stupida convinzione.
Ogni volta che la vita stravolge i miei equilibri, io mi dispero, certo; che ho sempre avuto la lacrima facile, è risaputo. Ma poi mi tranquillizzo e mi consolo, convincendomi del fatto che tutto questo sia temporaneo.
Mi spiego. Sono convinta che Massi prima o poi tornerà a casa, che dovrò tirare i pugni contro il muro la sera tardi per fargli capire che tiene il volume troppo alto. Sono convinta che Mino tornerà, che lo sentirò presto di nuovo miagolare per uno dei suoi mille assolutamente inignorabili motivi. Sono convinta che torneranno i nonni, ogni domenica a pranzo sentirò la nonna che rimprovera il nonno, mentre lui reciterà ad alta voce i primi versi dell'Iliade. Sono convinta da sempre che papà prima o poi tornerà qui in questa casa; lo vedrò occuparsi del giardino e andremo a fare la spesa il sabato mattina, mentre la mamma e Massi dormono. E ritornerò anche io: sarò di nuovo quella bambina felice che giocava in cortile fino a tardi la sera d'estate, con le ginocchia sempre sbucciate, in bicicletta anche sotto la pioggia.
Come se ad un tratto il nastro dovesse riavvolgersi.
Razionalmente, certo, so che si tratta di una bugia. Ma questa bugia, durante tutti questi anni, mi ha fatto stare meglio. Mi dicevo con tenerezza "Lasciaglielo credere, c'è tempo perché scopra che non è così". Massi, da bambino (ancora adesso in realtà, credo), adorava le magie e i giochi di prestigio. Aveva promesso di costruirmi una macchina del tempo. Quando è diventato giornalista della macchina del tempo non ho saputo più nulla, ma questo non mi ha impedito di continuare a credere che davvero avrei rivissuto ogni cosa.
Fino a ieri sera.
Quando all'improvviso mi è stato chiaro che tra poco, ormai davvero molto poco, sarò io ad andarmene da qui. E se io, ora, me ne vado, distruggo tutto. Se io ora me ne vado, nessuno tornerà e tutto cambierà per sempre. Perché è vero, loro già da tempo non ci sono più, ma io invece sono sempre stata qui. E finché io sono qui, tutto può succedere. Finché io sono qui, quando loro torneranno, mi troveranno. Ma se me ne vado anch'io?


20 novembre 2009

24 settembre 2009

Giornata nera

Oggi no... Oggi proprio non va, non ci siamo. E io lo so perchè... Perchè l'autunno si è fatto abbindolare. La settimana scorsa era qui, si è fatto ammirare e voler bene, e da due giorni invece ha ceduto alle lusinghe del sole... Sono salita in macchina e c'erano trenta gradi. Trenta assolutamentefuoriluogo gradi. No, non si fa così.. Il mio fisico ne risente, il mio umore ne risente... Mi sono fatta abbindolare anche io, ho esultato troppo presto, mi sembrava troppo bello che lui fosse già qui, qui per me. E il risultato è che divento ancora più malinconica, più nostalgica, più paranoica.
E mi sento ancora più inadeguata. Ridatemi l'autunno.

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