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24 giugno 2012

Gefstu ekki upp, velgengni í lífinu er langhlaup*

La mia testa non ce la fa. La sensazione è quella di essere in una stanza piena di oggetti e non trovare un posto per sedermi. E io vorrei solo maledettamente sedermi un attimo. Vorrei prendermi un po' di tempo per cercare di sbrogliare questa matassa di pensieri aggrovigliata che mi ritrovo in testa, ogni santa mattina. Cerco di ignorarla, di concentrarmi su questo esame, l'ennesimo, che sto preparando. Cerco di pensare che ho fatto tanto e non posso mollare adesso. Non ci riesco. L'ansia è più grande e forte e affamata di me, divora (quasi) tutto.

Ho dei sogni, no, dei progetti, e degli ostacoli davanti.
No, certo, non sono l'unica. Il mondo intero ha dei sogni e degli ostacoli. Ma questi sono i miei, e mi sembrano tanto più grandi di quelli di chiunque altro. Siamo egoisti tutti allo stesso modo, sono certa che anche per voi è così.

Odio quest'estate. Andare a lavorare mi aiutava ogni giorno a ricordarmi perché mi sono inflitta questa tortura della seconda laurea, degli esami integrativi. Ora che i banchi sono vuoti, i ragazzi in vacanza e non ci sono più lezioni da preparare, compiti da correggere, soddisfazioni da raccogliere, mi sembra di non avere più un motivo. Ho davanti solo un'estate di stupido studio e disoccupazione.
E odio tutti. Perché è brutto dirlo, ma nessuno (non è vero, Luca è la mia solita incrollabile eccezione) capisce il casino che ho dentro. Non ne parlo, quindi a meno che non siano dotati di una sfera di cristallo difficilmente possono capire. Ma anche da quel poco che lascio trasparire sembro solo una bambinetta lagnosa, quelle da liquidare con un "Ho detto no, punto".
Sono solo stanca di sentirmi ripetere le stesse cose da persone diverse. Sorrido e annuisco. "Ah ahn, si hai ragione!". Ma loro non lo capiscono che sto facendo fatica, che sto arrancando, che ho finito le stelline dell'invulnerabilità. Loro non lo sanno che se mi fermo sono perduta, che quel progetto è così grande da tenermi sveglia la notte, che ho paura di doverlo rimandare ancora. E allora, in un circolo vizioso, finire i maledetti esami è l'unica cosa da fare, avendone le forze.

Vorrei potermi addormentare e risvegliare a settembre, proprio come dice quella canzone. Far scivolare in pochi secondi quest'estate nel dimenticatoio, risvegliarmi con gli esami finiti, la chiamata della scuola già avvenuta, l'Ansia un lontano ricordo. E cominciare a lavorare sui miei sogni, no, progetti.

Bel modo adulto di affrontare le cose, si.

* Don't give up. Success in life is a marathon




9 aprile 2012

Riesci a scorgerti?

E poi c'è quel posto dove vanno a finire le storie d'amore che non hai vissuto.

Banalmente, il cassetto della scrivania nella tua camera a casa dei tuoi.
Una scatola, nascosta dietro l'orsetto che ti ha regalato la tua vicina di banco in seconda media.
I sogni, di quelle notti in cui sei più stanca e il sonno è più profondo.

Ci sono le frasi lasciate in sospeso, lettere di risposta a lettere che hai scritto. Che stanno in un altro cassetto, in un'altra casa. O forse, semplicemente, non esistono più.
Ci sono gli sguardi carichi di messaggi ai quali, col senno di poi, sapresti dare un senso.
Ci sono quei momenti in cui andava presa una decisione, quell'interminabile istante in cui la tua vita ti sembra legata esclusivamente al suono della voce della persona che hai di fronte sulla porta di casa in un pomeriggio di giugno. Quando tutto era ancora possibile.
Poi il suono sbagliato, la porta chiusa. Tante altre lettere, tanti altri sguardi e interminabili istanti.

"Se..." non lo dici neanche più. 
C'è un posto, da qualche parte, in cui la tua vita è andata avanti senza di te.
In cui le sere trascorse sul letto ad ascoltare musica con accanto qualcuno non si sono interrotte bruscamente; tornato a casa la sera lui ti manda ancora messaggi in un greco sgrammaticato e buffo per dirti che ti ama.
In cui l'estate l'hai trascorsa con qualcuno al mare, senza preoccuparti di chi ti aspettava a casa, perché a casa non c'è davvero nessuno ad aspettarti. E allora hai dato tanti baci e hai fatto anche l'amore.
In cui il suono della voce di quella persona che hai di fronte sulla porta di casa un pomeriggio di giugno è quello che speravi e la porta si chiude, ma lui entra in casa con te, ti scrive delle lettere, non smette di guardarti.

Non so se è normale avere un posto dove vanno a finire le storie d'amore che non hai vissuto, o se ce l'ho solo io.

27 marzo 2012

A ogni passo lasciare portarci via da un'emozione non piena, non colta.

Due sabati fa, all'entrata del pub, un buon uomo ha gridato: "Ehi, dove andate? La signorina quanti anni ha?". La signorina ero io.
Oltre a sembrare una sedicenne, io mi vesto come una sedicenne, guardo telefilm da sedicenne con protagoniste sedicenni, l'unica musica che riesco ad ascoltare quando studio è Britney Spears, ho il diario da sedicenne invece dell'agenda da insegnante, mi annoto le frasi che mi piacciono come quando avevo sedici anni.

Io a volte ho sedici anni.

Però ho anche la patente, due lauree, un marito, una casa, due mutui, delle orchidee. Ho la carta di credito, le foto del viaggio di nozze, un gatto. So usare la lavatrice, la pentola a pressione e la vaporella. Pago le tasse, le spese di condominio, le bollette e la tassa dei rifiuti.

Vivo in un limbo: da un lato mi sento addosso il peso dell'essere diventata grande, dall'altro mi lascio trasportare dalle emozioni di un'adolescente. Sto cercando di trovare un equilibrio, soprattutto negli ultimi mesi.

Forse, su tre cose ho trovato una quadra. Vabbè, facciamo due.
Amo mio marito con lo stesso trasporto con cui si ama per la prima volta a sedici anni. Quando scrivi il suo nome sul foglio mille volte, quando chiudi gli occhi e t'immagini scenari e situazioni da film in cui tu hai i capelli perfetti, lui quella maglietta che gli sta tanto bene, rallenty, musica in sottofondo e ciao. Sono passati otto anni e lo amo così. Ma dell'amore dei sedici anni non ho più l'incertezza, i dubbi, i timori. Guccini diceva "Non fu facile [...] pensare d'avere un domani e stare lontani; tutti e due a immaginarsi: "Con chi sarà?"" . Ecco, è facile adesso pensare al futuro: tanti sogni, tanti progetti che dipendono da noi. Lui c'è, per me. Niente ma e niente se.

C'è la questione amicizia, che è sempre stata un tasto dolente. A sedici anni avevo, già dalle scuole medie, un'amicizia che è stata come un grande amore. Quando è finita ho smesso di avere delle amiche. Col tempo mi sono ammorbidita e ho stretto nuovi rapporti, da grande. Non ci sono più state telefonate giornaliere, gelosie, quella morbosità tipica di quando la tua migliore amica è come tua sorella, è una parte di te. Ci sono stati consigli, valutazioni, una presenza discreta ma affidabile. Ci sono stati però anche dei limiti imposti e dei limiti inevitabili. Ho sbagliato di nuovo, forse mi sono accontentata, forse ho cercato di inseguire l'idea dell'amicizia e mi sono persa quelle sensazioni viscerali che provavo un tempo. Sto cercando di ritrovarle nelle mie poche amicizie e ho capito che quella vecchia amica resterà sempre un grande amore. Più maturo e consapevole, ma pur sempre un grande amore. E gliel'ho detto.

E poi ho smesso di fare i capricci e sto imparando a non dormire più a pancia in giù.
Che ho sempre rotto le palle a mezzo modo con i miei mal di schiena. E quando mi si diceva "Eh ma se dormi così per forza, inarchi la schiena e la mattina son dolori!" rispondevo "O dormo così o non dormo". Mica vero.

Se non è trovare un equilibrio questo...
♪♬ Farewell - Guccini ♪♬

29 dicembre 2011

Quattro lettere che volevo scrivere ma non lo farò.

Ciao, 
volevo scriverti ma in realtà non vorrei. Perché tante volte è meglio mordersi la lingua e molte altre non parlare è l'unico modo per trattenere un'emozione che non vorresti perdere mai.

Volevo scrivere a te per dirti che nonostante le incomprensioni, le liti da sedicenni e gli errori da grandi, le lacrime, la distanza fisica e quella non, la tensione, gli anni e i silenzi, sei stata la migliore amica di sempre e cerco un po' di te in tutti quelli che ho attorno. Guardavamo un sacco di film sul divano di casa tua, ci imprestavamo i vestiti, andavamo ai concerti, leggevamo tanti libri (hai ancora il mio giovane Holden con tutti i miei disegni e commenti a lato, lo sai eh?), gareggiavamo a chi aveva il padre più stronzo. Prima della maturità ci siamo tagliate i capelli corti corti e la prima notte di università abbiamo dormito nel sacco a pelo insieme. Ci scrivevamo lunghe lettere per compensare quelle volte che la voce restava muta. Un giorno per strada mi hai raccontato che una nostra amica spesso ti infastidiva,  perché trascorrevate lunghi momenti senza dire una parola, e quei lunghi silenzi erano per te quasi peggio di tante frasi di circostanza. E poi mi hai detto che i nostri silenzi invece erano sempre carichi di pensieri, le giuste pause per prendere fiato, un modo per continuare da sole un discorso affrontato insieme o trovare spunti per uno successivo. Mi manchi e mai nessuna sarà come te.

Invece volevo dire a te, che non è cambiato nulla. Dopo anni in cui me l'ero risparmiato, questo Natale ho potuto riaprezzare il tuo celeberrimo scazzodellefeste, quel morbo che ti divora in ogni santa e non santa occasione in cui si riunisce la famiglia. La tua famiglia: i tuoi splendidi genitori e i tuoi amorevoli (e ancora dobbiamo capire perché, tutto considerato) figli. Ricordo, a distanza di anni, quella terribile sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato, il dubbio di una mia possibile responsabilità per quel malumore insistente; ricordo la mia mano stretta in quella della mamma mentre cerco con lo sguardo nei suoi occhi il permesso di essere felice, il giorno di Natale. Lei sorrideva dolce e mi diceva di andare a giocare con mio fratello. Il fatto è che, forse non te ne sei accorto, sono passati un po' di anni. Non c'è più la mamma ma mio marito accanto a me, non sono più quella bambina con il vestitino di velluto nero e le scarpe di vernice delle feste. Puoi rispondere male e fare il protagonista quanto vuoi, il tuo potere su di me non funziona più. Non hai mai voluto essere indispensabile per noi, come un padre dovrebbe essere, non rammarticarti se il tuo desiderio si è avverato.

E poi volevo scrivere anche a te, per dirti che mi sembri davvero più grande. Lo so, lo sei. Ma non è solo una questione di anni, ma di testa. Forse sei diventato quello che sapevo saresti stato, forse ti arrabbiavi con me perché pretendevo che lo diventassi subito e non era possibile. Tu avevi 15 anni e io 17. Eravamo un po' stronzi tutti e due, in fondo. Ma è bello parlarti di nuovo e aver chiuso definitivamente in un cassetto tutto ciò di cui non siamo mai andati fieri.

Infine volevo scrivere anche a te, per dirti che non ti scriverò. Lo so che aspettavi il tuo turno, ma questa volta non lo farò. Non te lo meriti, e lo sai.

29 settembre 2011

Caro settembre...

Caro Settembre,
era un po' che volevo scriverti. E niente, così non va.
Tu sai quanto io ti sia affezionata, credo di avertelo dimostrato più volte (qui e qui, per esempio), ma quest'anno sei stato inutile e triste come un qualsiasi Febbraio, un Marzo, addirittura, un Agosto. 
Ecco, cominciamo proprio da qui, Agosto. Deve esserci stato qualche problema di comunicazione tra voi: non te l'ha detto che lui è l'ultimo mese dell'estate e tu invece dovresti traghettare le nostre anime accaldate e sudate sulla sponda di un fresco e rossastro autunno, mio dolce Caronte delle stagioni? Attenzione: sto parlando di me e te. Se tu altrove vuoi fare 30 gradi e regalare ascelle pezzate a piene mani, non ci sono problemi (anzi, posso darti il numero di alcuni amici twitteri che sarebbero ben lieti di trattenerti in queste condizioni ancora un po'). Però, Ciccio, qui siamo in Valle d'Aosta, quella che quando la nomini a qualcuno che abita più giù di Ivrea ti dice "Ah si, quella dove fa freddo" o "Ah ma voi lassù state sempre freschi". Glielo spieghi tu che non è vero? Vedi di darti una regolata.
Vogliamo parlare anche della sessione di esami? Vero: io ci metto del mio a complicarmi le cose iscrivendomi a due esami in un giorno solo, però tu non mi hai facilitato le cose con queste date tutte vicine e mille altri impegni, tutti nello stesso mese.
Poi vabbè, caro Settembre 2011, nel giro di due settimane ti sei portato via prima Lapino e poi il piccolo Cacao della mia amica Jo. Questo, senza scherzi, potevi davvero evitartelo.
Mancano circa 36 ore e poi arriva Ottobre: tu vedi di levarti dalle palle senza strascichi e ulteriori danni.
Con affetto,
Arianna.

25 aprile 2011

Birthday girl... un par di palle.

Oggi è Pasquetta (in macchina con Luca ci interrogavamo sul significato religioso di questo giorno che, di sicuro, non poteva essere stato istituito solo per riprendersi dall'abbondante pasto del giorno prima, anche perché non è che a Pasquetta stai proprio a digiuno, per dire. Va beh, comunque. Il nostro interrogarsi è durato molto poco e quando sono arrivata a casa ho cercato su internet. Mistero risolto).
Oggi è anche il giorno della Liberazione. Su questo direi che sono preparata, il mio amatissimo nonno non perdeva occasione per ricordarmelo.
Oggi, tra l'altro, è anche il mio compleanno. Posso essere superificiale e dire che nella mia personalissma classifica il mio compleanno viene al primo posto? Ebbene sì, lo sono. Eppure constato con mestizia che non per tutti è così. No, non solo per quelli che considerano il matrimonio di William e Kate più importante del mio (si, lo so, vi sembrerà assurdo ma c'è chi davvero lo pensa!). Ma anche per i miei stessi genitori, i quali devono aver scordato fino alle 19.38 di aver dato alla luce una figlia 28 anni or sono (e che figlia, tra l'altro). 


E comunque eccomi qua, mentro spengo la mia ventisettesima candelina. Sì, ho barato. Che tanto nella foto dimostro si e no dodici anni. E un pochetto, son sincera, me ne dispiaccio.
È la solita storia: chi ha i capelli ricci li vuole lisci e viceversa. Ma io non dico che vorrei essere come la Tatangelo e sembrerà 'na vecchia che ha bisogno di quintalate di trucco in più e una manciata di sopracciglia in meno per sembrare decente. Vorrei semplicemente non ritrovarmi in questo corpo che, lungi da farmi sembrare anche solo un pochino donna, mi fa confondere con le mie alunne, durante l'intervallo, nei corridoi.
Credo che al di là della fisicità, che sicuramente gioca un ruolo fondamentale, il problema sia in realtà più una questione di fiducia in sé stessi e nella percezione che ho di me. Vivo in una costante contraddizione.
Faccio fatica a vedermi indipendente e autonoma, anche se ormai questo è il secondo compleanno che passo fuori casa.
Non mi capacito di essere in grado di mandare avanti la vita di tutti i giorni: affitto, bollette, spesa, bucato con il solo aiuto di Luca.
Non riesco a vedermi da fuori mentre vado al lavoro, entro in classe e cerco di spiegare quanto sia fantastico e ingegnoso che qualcuno parta per la luna in groppa ad un Ippogrifo per recuperare il senno di qualcun altro. Perché cacchio, lo è!
Va da sé che l'idea di diventare moglie tra poco più di due mesi, mi sembra uno scherzo. Ma chi mi crederà quando dirò: "Si, mio marito....". Ahahaha, siamo mica a carnevale.
Ma nonostante quest'idea di me, nonostante, si è detto, anche fuori io continui a sembare una liceale, pure di quelle sfigate considerato le fanciulle che popolano oggi le scuole superiori, io dentro mi sento un pochino grande. 
Mi sento di aver fatto dei passi avanti e mi sento di volerne fare ancora tanti, importanti. Mi sento soddisfatta dei traguardi che raggiungo ogni giorno: l'esame superato, un genitore che mi dice "Speriamo ci sia ancora lei il prossimo anno", Luca che si complimenta che come li faccio io i piselli con la pancetta nessuno mai (voi, menti malate, non leggeteci nulla di perverso in questo).
Ma gli altri, cosa vedono quando mi vedono? Perché ho sempre la sensazione che riescano a percepire solo un millesimo di quello che sono? E lo so che tutto questo poco importa, che chi vuole approfondire non si ferma di fronte a quel millesimo, ma sono curiosa e vorrei sapere. Vorrei sapere perché traspare sempre e solo il mio lato fragile, debole, buffo e superficiale e mai quello tenace, che non si arrende, che tira fuori le palle, che non si fa mettere i piedi in testa.
E niente, paranoie di una neoventottenne. Portate pazienza.

24 febbraio 2011

Non si fa credito.

Mi capita spesso di dovermi mordere la lingua per non esprimere la mia opinione. 
Mi capita spesso, ma solo in un posto: a scuola, sul lavoro.
Ultimamente poi, torno a casa che la mia lingua è tipo una di quelle samelle che grigliamo a Ferragosto.
Il problema sono alcuni alunni indisciplinati.
No, non è neanche vero.
Il problema è chi, improvvisandosi psicologa dell'ultima ora, ha aperto un chioschetto di alibi e giustificazioni, proprio in corridoio, di fronte al bagno dei maschi, e ne elargisce a mani piene.
In cima alla top ten delle scuse più usate c'è "Sai, bisogna capirlo... ha una situazione difficile a casa... i genitori sono separati, NE SOFFRE, il fine settimana è sballottato da una parte all'altra..".
Questa cantilena mi ronza nelle orecchie da diversi giorni ormai e sono davvero arrivata al limite di sopportazione.

Innanzitutto complimenti per la grande scoperta: i genitori si sono separati e il figlio undicenne ne soffre.
Maddai? Sul serio? Machedavero?
E io che pensavo che un bambino delle medie accogliesse la notizia con un bel sorriso sulle labbra, riempisse il diario di faccine sorridenti e che per l'occasione organizzasse anche una grandiosa festa nella piscina di palline del Mac Donald's.
Acuta, molto acuta, collega.
Quindi vuoi dirmi che se il ragazzino non studia è per questo?
Quindi vuoi dirmi che se la bambina chiacchiera è per questo?
Quindi vuoi dirmi che il ragazzino rutta in classe è per questo?
Quindi vuoi dirmi che se la bambina manca di rispetto ai compagni, le bidelle, gli insegnanti è per questo?
Ah. E pensa che io avrei detto che si tratta solo di una massiccia dose di maleducazione, se non addirittura di ineducazione.
No, mi dispiace, io non ci sto.
E non ci sto non perché non ho esperienza nel campo dell'insegnamento; non perché non ne ho viste tante come ne ha viste la collega. 
Io non ci sto perché parlo per cognizione di causa.
Sono stata bambina figlia di genitori separati e sono quasi donna figlia di genitori separati.
Avevo appena compiuto otto anni e, guardo un po', ne ho sofferto.
Ricordo i pomeriggi a piangere in braccio alla mamma, ricordo mio fratello che mi abbracciava e mi diceva che non era colpa nostra, ricordo l'invidia nell'andare a casa delle mie amiche e trovarci una mamma e un papà che andavano d'accordo. Ricordo i fine settimana sballottati da una casa all'altra, ricordo le litigare per le feste di Natale e le vacanze estive. Ricordo di aver rinunciato ai compleanni delle mie amichette perché logorata dal senso di colpa non volevo sprecare l'unico giorno che passavo con papà.
Eppure non ho mai neanche lontanamente pensato e VOLUTO che questa situazione potesse costituire per me una giustificazione. Ho preso i miei votacci in matematica, ho preso una nota perché cantavo durante la lezione di educazione tecnica, ho finto qualche mal di pancia per non andare a catechismo, al liceo una volta ho saltato le prime due ore per andare a vedere la partita di calcio della squadra maschile. Ma niente di tutto ciò aveva a che fare con la situazione che avevo a casa. E mi sarei arrabbiata tantissimo se qualcuno avesse anche solo potuto pensarlo.
Certo, non tutti reagiamo allo stesso modo. Ma proprio per questo è così stupido generalizzare e racchiudere tutto nella frase ".. i genitori sono separati, ne soffre...". 
I lividi, i segni, le cicatrici non andranno mai via. Io li porto ancora sotto il maglioncino di Zara e i jeans della Diesel. Li porterò sempre. Dentro, in fondo in fondo. Ce ne sarà sempre traccia nel rapporto che ho con gli altri: quella che io tante volte anche qui ho chiamato con affetto "la mia sindrome dell'abbandono". Ce n'è traccia nel mio rapporto con Luca, nelle richieste che a volte gli faccio e che devono apparirgli senz'altro assurde. Ce n'è inevitabilmente traccia nel rapporto con i miei genitori, maggiormente con mio padre. E c'è una traccia già segnata anche nel mio futuro, nel mio desiderio di voler costruire una famiglia tutta mia, questa volte forte, indissolubile.
Ma insegnare a un ragazzino che per tutti questi motivi è giusto sentirsi in credito con la vita, è la cosa più sbagliata che si possa fare. Ci sarà sempre chi sta peggio di noi, ognuno ha i proprio problemi e la vita non ci deve niente. Inutile arrabbiarsi, recriminare, battere i piedi. Non si ottiene nulla. Ci si può fare un bel pianto per buttare fuori la negatività, ma null'altro. Si può anzi cercare di non darla troppo vinta alla vita, rimboccarsi le maniche, non piegarci sotto il peso delle legnate che ci arrivano dall'alto. 
Certo, si potrebbe replicare che è facile parlare ora, a vent'anni di distanza.
Credetemi, non lo è. L'istinto di piangersi addosso, l'idea di essere state vittime di un'ingiustizia, ancora ogni tanto mi sfiora la mente. Spesso ho dei pomeriggi bui in cui sono di nuovo quella bambina di otto anni che chiedeva al papà di restare a dormire "ancora una notte, ti prego".
Ci sarà e ci vorrà tempo per questi ragazzini, BAMBINI.
Ma sono le persone che hanno intorno, adulti, che non devono mollare, che non devono giustificare, assecondare. Perché così non si aiuta nessuno, anzi.

Ecco, questo vorrei dire ogni volta che mi mordo la lingua.
A scuola sono la precaria, quella giovane, quella inesperta.
Qui sono a casa mia, nel mio blog e non ci penso proprio a non dire quello che penso.


11 febbraio 2011

Della paura.

La paura sale dalle mani e dai piedi. Un formicolio incadescente, come quando con le estremità gelate si entra in una stanza calda.
E' un blocco che parte dallo sterno; si diffonde come acqua in tutto il torace; è una mano a dieci dita che penetra nelle costole. Sembra quasi che il cuore si fermi. Le gambe si fanno rigide, e quando deglutisci ti rendi conto di non aver mai provato tanta fatica nel farlo.
La paura è il silenzio, la paura del silenzio. In una frazione di secondo l'udito sembra essersi incredibilmente potenziato e riesce a percepire anche la foglia che litiga col marciapiede più lontano. 
La paura è il buio, la paura nel buio. Gli occhi cercano lo spiraglio di luce, il lucicchìo di un orecchino, il riflesso sullo specchio, il lampione tra le fessure delle persiane. Gli occhi fanno male e non vogliono vedere, ma non osano richiudersi. Perché richiudendosi potrebbero, proprio all'ultimo secondo, percepire quel movimento sospetto che non aspettava che questo momento per manifestarsi.
La paura del bambino: le luci accese, una mano da stringere, le gambe piegate sul divano che nessuna mano possa afferrarle da sotto. 

Passerà, lo so. Tornerò la solita sventata di sempre e smetterò di accelerare il passo e di controlare venti volte se la porta è chiusa bene. Smetterò di andare a dormire sperando che arrivi subito il giorno e la luce. 
Vorrei che fosse ora e vorrei non essere pesante e paranoica come sono.

23 novembre 2010

Trovami un modo semplice per uscirne*


La nostra vita quotidiana è bombardata da coincidenze o, per meglio dire, da incontri fortuiti tra le persone e gli avvenimenti chiamati coincidenze.[...].
L'uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita.
Milan Kundera



Questa sono io.
Cerco, in modo ingenuo, infantile, a volte disperato, l’avvenimento casuale per trasformarlo nell’Evento. Lo faccio da sempre, nel bene e nel male. Lo faccio per non arrendermi all’idea che i giorni siano tutti uguali, che qualcosa sia scritto e che lo stiamo seguendo senza neanche guardare i cartelli lungo la strada. Lo faccio perché amo essere recettiva, attenta, curiosa. Colgo i dettagli: la morbidezza di un contatto inaspettato, una nuvola a forma di elefante, le canzoncine di un bambino in coda alle poste con la sua mamma, il profumo delle tende pulite, gli sguardi ad un tavolo, le parole non dette.
Cerco, ogni istante, l’anello di congiunzione tra me e il mondo. Perché questo in fondo è quello che faccio: riuscire a trovare un punto di contatto tra quello che ho dentro e la realtà di tutti.
È splendido, quando accade. E, per mia fortuna, è accaduto spesso in passato: una notizia al telegiornale, un viaggio, una città, un libro sono solo alcune delle coincidenze che illuminano la mia strada ancora oggi.
Ma ci sono anche i buchi nell’acqua. L’ultimo è di pochi minuti fa.
Ho pensato che io e Luca avessimo finalmente trovato la casa giusta per noi, per il semplice fatto che il nome di battesimo della proprietaria è lo stesso della protagonista del mio libro del cuore. Qualcuno sta ridendo, riesco a sentirlo. Eppure….eppure ancora prima di sapere il prezzo, io ho creduto che quello fosse il MIO segno. Non per lei che vuole vendere la casa, non per un altro acquirente interessato e probabilmente neanche per Luca. Quel segno era per me. Non è stato così: ho fatto male i miei conti…anzi, non li ho proprio fatti fino a quando non ci è stata detta una cifra. La cifra, inarrivabile.
Ora, per citare Kundera, nella composizione della mia vita non si va ad aggiungere un motivo, ma una nota stonata. Lo so, è ridicolo. Eppure queste stupide delusioni lasciano un segno e mi capita a volte di voler smettere di cercare l’avvenimento casuale, lasciare che le cose siano. Per un nome di battesimo.
Questa sono io.

28 ottobre 2010

Bad day.

Vorrei sapere con esattezza quando la mutazione è avvenuta. 
Vorrei sapere con esattezza quando sono passata da:
- quella che chiedeva "Cosa c'è per cena?" a quella che chiede "Cosa vuoi per cena?";
- quella che chiedeva "La mia maglia è ancora a lavare?" a quella che dice "La tua maglia è ancora a lavare!";
- quella a cui bisognava dire "Vai a buttare la spazzatura" a quella che dice "Forse è il caso di buttare la spazzatura!";
- quella a cui si urlava "Veloce, corri! Ritira il bucato che piove!" a quella che studia le previsioni meteo su internet prima di stendere.
- quella che apre il cassetto e il dentifricio non manca mai a quella che non fa mai mancare il dentifricio;
- quella che il gatto se lo spupazza e basta a quella che gli pulisce le cacche (e che cacche);
- quella che si lamenta per i calzini spaiati a quella che li spaia (è colpa della lavatrice, giuro);
- quella che "Si, ho chiuso bene la porta!" a quella "L'hai chiusa tu la porta?".

C'est la vie, è vero. Si cresce, si matura, ci si prende le proprie responsabilità. E sono fiera di me, assolutamente. Sono fiera di noi.
Ma ogni tanto, solo ogni tanto, mi piacerebbe tornare ad essere quella di prima. Beccarmi la solita sgridata per la camera in disordine, farmi chiamare mille volte prima di andare a tavola, vivere nella beata ignoranza di come si faccia andare una lavatrice. 

(Chiedo scusa "Lagnanza Mode: On", ma sta sera ero sola a casa e dopo la cagata del secolo che ci ha regalato questa mattina e dopo un bis nel pomeriggio, Lapo ha avuto la brillante idea di svomitazzare due volte mente io stiravo. Nella fretta della corsa alla ricerca di un giornale da lanciargli, affinché non sporcasse troppo per terra, ho lasciato il ferro da stiro appoggiato su una maglietta di Luca che ha rischiato ustioni molto gravi. Ovviamente tutto questo la sera che Luca è fuori per l'allenamento di calcetto.
Abbiate pietà di me, ora dormo e domani torno supersimpatica come non sono mai stata).

19 settembre 2010

...and yet it haunts me so: what are we letting go ?

"...someday we'll wave hello
and wish we'd never waved goodbye...".
 (This time - Smashing Pumpkins)


Sogno spesso cancelli e porte. Mi capita di volerli attraversare, di essere obbligata a farlo, di spingerci qualcuno, di tendere una mano per fare entrare qualcun altro. Credo sia semplicemente il riflesso di una mia piccola ossessione, quella che io chiamo "Sindrome dell'abbandono". Non importa che sia io a decidere di andarmene, o che sia la persona accanto a me a fare i bagagli: per me si tratta sempre di un dolore profondo, di una porta che si chiude, della nascita di un rimpianto. Come sarebbe stata la mia vita con quella persona vicino? Quale sarebbe stata la nostra strada insieme? Certo, finisco col conviverci. Non passo le mie giornate a chiacchierare coi fantasmi del mio passato, eppure non posso neanche dire di essere del tutto indifferente a canzoni, odori, film o qualsiasi altra cosa possa ricatapultarmi accanto a chi, per un motivo o per un altro, non c'è più.
Il fatto è che, in genere, penso si tratti di un pensiero unidirezionale. Non ho mai la presunzione di credere che qualcuno, la cui vita non mi riguarda più, possa pensare a me. Si ricollega un  po' al discorso dei sogni fatto qui tempo fa, al mio sentire la necessità di raccontare a qualcuno se l'ho sognato; necessità raramente sentita nel verso opposto.
Forse è proprio per questo che rimango stupita, in modo assolutamente piacevole, quando "ogni tanto, non spesso ma ogni tanto", quando ritrova il link perso fra i salvati, qualcuno che non sento da anni legge il mio blog (e gli piace)(e me lo dice). O quando, dopo averle comunicato la notizia più bella della mia vita, guardo negli occhi una cara amica che sta a km di distanza e riesco a cogliere la sua emozione, sincera.
Queste sono le poche volte in cui la porta rimane aperta: non ci sono folate di vento provenienti da lontano lontano a farla sbattere; non c'è la pesante chiave degli anni passati (a volte sono davvero tanti) che chiude con doppia mandata. Ci sono solo persone che vanno e vengono, passano a farmi visita, mi regalano un'emozione: il calore di condividere un ricordo, l'impegno di costruire un presente. Ma il regalo più grande, che nessuno è mai consapevole di farmi, è quel minuto di serenità in cui mi rendo conto che non c'è stato nessun abbandono, che la vita è fatta di assenze, di scelte e, specularmente, anche di presenze e responsabilità. Vorrei solo che durasse un po' di più, perché la porta subito viene richiusa.
Ma questo dipende solo da me, purtroppo.

8 settembre 2010

Dell'amore per la malinconia.

Avete sedici anni, forse diciassette.
Siete innamorate/i (facciamo "e" che l'immedesimazione, non so perché, mi viene spontanea).
Ovviamente (oh beh, per me era sempre un ovviamente), non siete ricambiate. Non ancora. Cioè, voi ci sperate. Ma anche no, meglio non farsi illusioni.
Lui è quello figo di quinta, quello che sta all'ultimo piano. Voi fate terza, non potete salire all'ultimo piano.
Oppure lui è il vostro migliore amico. Quello che vi chiama a casa tutte le sere, quello che in classe tutti l'hanno capito. Tutti tranne voi. O tranne lui.
Lui potrebbe anche essere il fratello della vostra migliore amica, il vicino di casa, quello della 3°C, quello che va a ragioneria, quello che frequenta il pub (IL, perché ad Aosta ce n'è uno).
Insomma, Lui è Lui.
C'è poco da fare, siete innamorate perse: di un amore profondo, di un amore passeggero, di un amore platonico, di un amore insensato (ma gli avete mai rivolto la parola?), di un amore estivo, di un amore malato, di un amore Amore.
Non importa come, perché, per quanto, per davvero o per gioco. I sintomi sono quelli.
Viso sempre paonazzo, mani sempre sudate, capelli mai a posto. Per non parlare dei jeans che ti stanno di merda e che l'amica con cui giri è sempre più figa di te. (Ma tanto Lui mica si ferma a quello, riuscirà a capire che io sono figa dentro). (No, in genere Lui non lo capisce).
Ogni volta che uscite di casa, anche se andate a prendere la posta e Lui abita a 15 km da voi, pensate: "E se lo vedo? No, davvero, mi sa che sto giro lo vedo. Me lo sento!". Vabbeh.
Ogni volta che uscite di casa e c'è la "possibilità" di vederlo, l'ansia sale. Tra un incontro e l'altro immaginate sguardi, immaginate parole, immaginate di tutto.
Però, quando il momento si avvicina, quando la possibilità sta per concretizzarsi, quando vedete il suo motorino parcheggiato davanti al liceo, vedete i suoi amici, vedete la sua maglietta rossa spiccare nella folla...eccolo che arriva, il pessimismo cosmico.
Perché siete uscite? Tanto vi saluterete e poi ognuno per la sua strada.
Perché vi siete fatte delle illusioni? Tanto anche se passaste del tempo insieme lui non s'innamorerebbe mai di voi.
Perché vi fate del male? Sì, lui vi vuole bene ma non lascerà mai la sua ragazza per voi.
Guardatelo: è così bello, perfetto...perché dovrebbe volere proprio voi?
Serata rovinata. La testa, la pancia, il cuore sono invasi da una strana malinconia, un sapore amaro di rassegnazione, di fallimento, di impotenza. Non poteva che andare così, è inutle accanirsi. No ma, davvero pensavate...? Ma vi rendete conto che idiozia? Le vostre amiche (soprattutto quella molto figa) ve l'avevano detto.

Eppure ogni volta è così.
A sedici anni, forse diciassette, ogni volta cedi alla dolcezza dell'attesa.
Ogni volta ti fai fregare dal calore di quei pomeriggi sognati ad occhi aperti.
C'è poco da fare. Ami la fitta nella pancia, quel rossore sul viso. Ami anche le mani sudate. (I capelli sempre indecenti, quelli no).
A volte ami anche quei dieci metri che ti separano da Lui, prima che la negatività prenda il sopravvento. In quei dieci metri ti senti forte, ti senti invincibile, speranzosa, ottimista, sorridente. Quei dieci metri sono la morte del cigno: basterà il suo "ciao" detto con un tono leggermente diverso da quello che avevi immaginato per farti piombare nel baratro. Basterà vederlo sorridere di fronte ad un sms, per costruire tetri e inespugnabili castelli in aria. E le amiche che ti accarezzano la testa e ti dicono "Ci perde lui, meglio di te non può trovare", le prenderesti tutte a pugni in faccia.

E' capitato anche a voi?


A sedici anni, e anche a diciassette, mi è capitato spessissimo.
A ventisette, felicemente innamorata e oramai accasata, il mio Lui è l'autunno.
Un amore folle, incondizionato, immotivato. Non vedo l'ora che arrivi, mi preparo, anche quando vado a prendere la posta.E poi mi ferisce con la sua bellezza, i suoi colori, il tepore delle sue giornate. Mi fa sentire inferiore, non all'altezza. Rimango completamente inerme, rapita dalle ombre lunghe, inebriata dal profumo dell'avvertimento: "Tra poco arriverà l'inverno, non potrò essere tuo per sempre".
Ci sono cascata di nuovo.

11 agosto 2010

E poi ci sono i giorni no...

Avevo scritto qualche riga, su questo giorno no. Un elenco di gesti quotidiani alterati dal malumore. In realtà ho solo la testa appesantita da dubbi, ansie, pensieri. Niente di nuovo per quel che mi riguarda. Mi sento solo molto fragile, in balia delle cose che accadono attorno a me, in balia del tempo, in balia del nulla più totale. Mi sento solo nel posto sbagliato al momento sbagliato, fuoriluogo. Come sempre. Cerco rifugio nelle solite cose: il ricordo, il contatto con le persone che mi vogliono bene, anche quelle che non ci sono più o quelle lontane, la musica. Cerco sfogo nelle parole che butto nero su bianco, ma che poi cancello. Dovrei usare carta e penna, invece di una tastiera. E poi cerco un segno in tutto quello che mi circonda, qualcosa che mi faccia sorridere, qualcosa che mi dica che questa giornata non è poi tutta da buttare. Perché ora come ora la trascinerei volentieri sull'icona del cestino del Mac e lo svuoterei. Che quando lo svuoti fa sempre quel simpatico rumorino di carta accartocciata che mi piace un sacco. Che faccio, trascino e svuoto?

9 agosto 2010

Della stessa sostanza dei sogni.

Pensavo ai sogni.
Pensavo a come sarebbe bello se ogni volta che si sogna qualcuno, si potesse raccontarglielo. Cerco di farlo, quando mi è possibile. Quasi nessuno però mi ha mai detto "Sai, sta notte ti ho sognata".

A volte mi piacerebbe videoregistrarlo, il mio sogno, perché anche raccontarlo spesso è riduttivo. Potrei così rivederlo, come un film, e farlo vedere.

Ma, più di tutto, mi piacerebbe condividere un sogno. Scoprire, raccontando alla persona sognata, che sa esattamente di cosa sto parlando, perché le stesse scene le ha vissute oniricamente anche lei. E allora non ci sarebbe bisogno di telefonarsi e dirsi "Sai, sta notte ti ho sognato". Non ci sarebbe neanche bisogno di dirsi "Sognandoti ho provato questo e quello". Sarebbe come aver vissuto un momento unico e indimenticabile, segreto e irripetibile, insieme. Sarebbe un piccolo scorcio, a seconda dei casi, di quel che era, di quel che sarà, di quello che non potrà mai essere.

Sarebbe proprio un sogno.

13 luglio 2010

Di cosa ho imparato (e implicitamente di quello che non)


Non sono una di quei pochi (vorrei sapere dove si nascondono!) che possono permettersi di scagliare la prima pietra. Ci sono diverse cose nella mia vita che avrei potuto e dovuto gestire diversamente. Tuttavia, sono stata sempre consapevole degli effetti che le mie azioni avrebbero scatenato e ne ho sempre pagato le conseguenze. Quando le mie scelte hanno purtroppo coinvolto anche altre persone, ci ho messo tempo a decidere e spesso ho vissuto di sensi di colpa. Per anni. Dalla sofferenza mia e da quella che ho causato ho però cercato di imparare qualcosa. Nessuna lezione di vita da impartire all'umanità, nessun insegnamento che valga a livello universale. Solo poche cose, anche contraddittorie tra loro, che chi mi conosce sa che sono tipiche della mia persona.
  • 1) Bisogna prendersi le proprie responsabilità, sempre. Di quello che si dice, si fa, si pensa. Sempre.
  • 2) Io, regina ormai deposta di quell'inquietante paese chiamato Diplomazia, ho deciso di dedicarmi alla sincerità. Intendiamoci: nelle cose grandi, quelle importanti. (Non confesserò mai a mia madre la cifra esatta che ho speso per quella borsa o il numero preciso di paia di jeans che ho nell'armadio). Ma credo che le cose importanti vadano dette, nel bene e nel male. Si dorme più tranquilli, mica per altro.
  • 3) Bisogna essere selettivi. La vita è una sola, perdincibacco. Bisogna circondarsi solo delle persone a cui si vuole bene davvero, quelle che ricambiano sinceramente questo affetto, quelle con cui non bisogna recitare, indossare una maschera; quelle con cui si può stare in silenzio senza che questo sia pesante o imbarazzante; quelle che non si arrabbiano se qualche volta dici di no, quelle a cui piace davvero stare in tua compagnia, quelle che ti dicono se hai il naso sporco e non ti fanno andare in giro come un cretino. Per tutti gli altri, pazienza. Non era destino, non ci si prende. Tempo guadagnato per entrambi, non facciamone un dramma, non ostiniamoci, non sbattiamo la testa contro il muro. Possiamo entrambi essere due brave persone, che però vanno ognuna per la propria strada.
  • 4) Non esiste un solo punto di vista. Ci possono essere innumerevoli versioni dello stesso fatto: sfumature, dettagli, giudizi che, nonostante gli sforzi di oggettività, permangono. Per cui trovo assolutamente inutile andare a raccontare a chiunque la propria versione. A meno che tu non abbia 5 anni e non voglia avere più (o meno, perché non è detto che la tua versione sia la più convincente di quella degli altri) amichetti di qualcun'altro. In quel caso direi che va bene. In tutti gli altri anche no. Di conseguenza, anche credere a una, una sola versione dei fatti, è in fondo da cretini, perché si escludono, spesso senza neanche conoscerle, tutte le altre.
  • 5) Il beneficio del dubbio è un diritto: mio, tuo, di tutti quanti. Esercitiamolo.
  • 6) Non è mai troppo tardi per chiedere scusa, per recuperare un rapporto, per dire a qualcuno quanto gli vuoi bene. Anche se questo qualcuno non ne vuole sapere, non importa. Bisogna provare, sapere di aver tentato. Perché quando le cose poi si risolvono, la sensazione che si prova è davvero stupenda.
  • 6 bis) Il punto 6) va preso in considerazione solo dopo attente riflessioni. Ne deve valere davvero, ma davvero, la pena. Altrimenti è meglio lasciar perdere. Altrimenti è stupido buonismo, altrimenti è un salvare la faccia. Altrimenti è voler avere un amico in più su fb, di quelli che poi non saluti per strada. Meglio lasciar perdere.
  • 7) Non prendersela. Mio padre me lo dice sempre: "Non prendertela, ci sono cose più importanti nella vita". Me lo dice sempre, per qualsiasi cosa: lavoro, università, soldi, in passato anche per amore. "Tanto tu t'incazzi e non cambia niente". Sono anni che sorrido quando qualcuno mi dice che sono una stronza. Il più delle volte è assolutamente vero, per cui non posso che sorriderne. Per tutte le altre volte, invece, pazienza. Se dare a me della stronza fa dormire meglio chi me lo dice, va bene. Io, per quel che mi riguarda, mi faccio delle belle ronfate.

Tutto qua, per il momento. Ovviamente questo breve elenco è in continuo aggiornamento e, lo ripeto, l'intento non è quello di impartire nessun insegnamento. Questa sono io. E sono contenta di poter dire che per questo e nonostante questo, ci sono delle persone meravigliose che mi vogliono bene. Poche, ma mi vogliono molto bene.

9 luglio 2010

ansia. L'

Ho una botta d'ansia. (Non come qualche settimana fa, per colpa del buddhismo tibetano).
Inutile ricercarne le cause: l'ovulazione, il caldo, il the verde.
Ho quell'angoscia strana, quella stretta alla bocca dello stomaco, che non è quella da primo giorno di scuola, quella da pre-esame, da colloquio di lavoro. Non nasce da una cattiva notizia, da un dubbio, da un presentimento. Non riguarda fattori esterni, non dipende da prove, esiti, prestazioni. Proprio il contrario.
Viene fuori all'improvviso da dentro, nel giro di pochi secondi è proprio qui, davanti agli occhi. Cerco di ricostruire i miei pensieri, capire se uno di questi in particolare l'ha scatenata. Non ci riesco. Ho come la sensazione di aver dimenticato qualcosa di estremamente importante, qualcosa di fondamentale.
Niente, ho l'ansia. Lavoro, università, vita, scelte, decisioni, impegni, progetti. Se non ho sempre tutto sotto controllo, vado fuori. Ma certe cose, sempre le più importanti, non posso schematizzarle in una tabella di marcia o farle diventare l'ennesimo punto dei miei innumerevoli elenchi delle cose da fare. (Adoro fare gli elenchi: la spesa, le pagine da studiare giorno per giorno, i prossimi vestiti di cui ho bisogno da comprare, le persone da chiamare...).

(L'amore rimane fuori da tutto questo, ovvio. Niente ansia: solo sorrisi e bicchieri di vodka; solo insalata di riso da buttare perché il gatto ci sta sguazzando dentro e cioccolato di quello buono; solo baci e un caldo africano).


3 marzo 2010

Da più di vent'anni ormai ho una stupida convinzione.
Ogni volta che la vita stravolge i miei equilibri, io mi dispero, certo; che ho sempre avuto la lacrima facile, è risaputo. Ma poi mi tranquillizzo e mi consolo, convincendomi del fatto che tutto questo sia temporaneo.
Mi spiego. Sono convinta che Massi prima o poi tornerà a casa, che dovrò tirare i pugni contro il muro la sera tardi per fargli capire che tiene il volume troppo alto. Sono convinta che Mino tornerà, che lo sentirò presto di nuovo miagolare per uno dei suoi mille assolutamente inignorabili motivi. Sono convinta che torneranno i nonni, ogni domenica a pranzo sentirò la nonna che rimprovera il nonno, mentre lui reciterà ad alta voce i primi versi dell'Iliade. Sono convinta da sempre che papà prima o poi tornerà qui in questa casa; lo vedrò occuparsi del giardino e andremo a fare la spesa il sabato mattina, mentre la mamma e Massi dormono. E ritornerò anche io: sarò di nuovo quella bambina felice che giocava in cortile fino a tardi la sera d'estate, con le ginocchia sempre sbucciate, in bicicletta anche sotto la pioggia.
Come se ad un tratto il nastro dovesse riavvolgersi.
Razionalmente, certo, so che si tratta di una bugia. Ma questa bugia, durante tutti questi anni, mi ha fatto stare meglio. Mi dicevo con tenerezza "Lasciaglielo credere, c'è tempo perché scopra che non è così". Massi, da bambino (ancora adesso in realtà, credo), adorava le magie e i giochi di prestigio. Aveva promesso di costruirmi una macchina del tempo. Quando è diventato giornalista della macchina del tempo non ho saputo più nulla, ma questo non mi ha impedito di continuare a credere che davvero avrei rivissuto ogni cosa.
Fino a ieri sera.
Quando all'improvviso mi è stato chiaro che tra poco, ormai davvero molto poco, sarò io ad andarmene da qui. E se io, ora, me ne vado, distruggo tutto. Se io ora me ne vado, nessuno tornerà e tutto cambierà per sempre. Perché è vero, loro già da tempo non ci sono più, ma io invece sono sempre stata qui. E finché io sono qui, tutto può succedere. Finché io sono qui, quando loro torneranno, mi troveranno. Ma se me ne vado anch'io?


20 settembre 2009

La porta del cuore

Ci sono sentimenti che non si possono esprimere a parole.
Parlo di quelle emozioni che vivono dentro di noi da anni, radicate nel profondo, a tal punto da pensare che ci fossero già, ancora prima di nascere.
Parlo di quel calore che accompagna il ricordo di ogni persona, presente e passata, la scritta col pennarello indelebile sul muro del sottopassaggio. Ci puoi passare sopra una mano di bianco, ma ogni volta, ripercorrendo quella strada, ti ricorderai che c'è.
Parlo della potenza di un sorriso, di uno sguardo, di un abbraccio, di rapporti unici che mai avresti pensato sarebbero potuti nascere, nutrirsi, sopravvivere, vivere, e farti vivere.
Impossibile spiegare. Provarci non renderebbe giustizia alle sfumature, alle immagini, alla sensazione che provocano sulla pelle, nella pelle. Le parole sarebbero solo un disegno bidimensionale, sarebbero una canzone ascoltata da un radio che non trova la frequenza, sarebbe come annusare una maglietta per ritrovare un profumo che ormai non c'è piu.
Un modo, però, per far capire a chi hai davanti quello che provi, ci sarebbe..
Basterebbe una porticina. Una porta sul cuore. Piccola, ma così preziosa. Basterebbe poterla aprire e farci dare una sbirciatina dentro. Niente chiavi da consegnare con cerimonie ufficiali, niente campanelli da suonare per farsi aprire, niente zerbini su cui pulirsi i piedi, non ce n'è bisogno. Si rimane sulla soglia e si guarda dentro. Se possibile, in silenzio. Per non disturbare, perchè deve essere una cosa semplice, sì, ma è anche un'operazione molto delicata.
Purtroppo, la sto ancora cercando. E spesso quello che provo, ancora non riesco a dirlo.

12 agosto 2009

Ho sognato una casa in montagna. C'era una festa, e io venivo mandata via. Non è la prima volta che faccio questo sogno: era un'altra montagna, un'altra casa, un'altra festa. E alla fine qualcuno mi accompagnava a valle. Questa volta invece sono sola. Ed è buio. Prendo la macchina, che non è la mia, e comincio a scendere. Fari accesi, ma io non vedo nulla. Non riesco ad aprire gli occhi; le palpebre sono di piombo e per quanto mi sforzi, posso sollevarle solo di qualche millimetro. La strada sterrata e piena di buche fa sussultare l'auto e, quando riesco a intravedere qualcosa, ci sono solo i fari di grandi macchine che viaggiano in direzione opposta, e io per il fastidio richiudo subito gli occhi. L'auto sbanda contro gli alberi, i rami dei pini rigano la fiancata, lo sterzo è impossibile da gestire. Decido allora di abbandonare la Twingo -finalemente capisco che è proprio la mia vecchia Twingo viola che sto guidando- e di proseguire a piedi. Pessima idea. M'incammino, stringo tra le braccia qualcosa di prezioso, sto attenta a non farlo cadere. E' un gatto. E' il mio gatto, Mino. Ancora non riesco a vedere nulla, inciampo ad ogni passo e incomincio a piangere. Singhiozzo come una bambina e continuo a camminare nel buio. Intravedo piante con bacche rosse. E' tutto nero, riesco solo a vedere il rosso scuro delle bacche. Ad un certo punto delle voci, due o tre ragazzi, riconosco Nicolò. Sono sollevata, gli chiedo di aiutarmi. Lui mi risponde di smetterla di piangere, di non rompergli le balle, che lui deve raggiungere la festa. Gli urlo che è uno stronzo e lo guardo allontanarsi. Ma quando mi rigiro verso valle, mi sembra di intravedere una luce strana. Comincio a correre, sempre con Mino in braccio, e man mano che avanzo le pietre per terra non mi fanno più male ai piedi (improvvisamente scalzi). Corro, la strada in leggera discesa, sento la sabbia sotto i piedi. La sabbia fresca, com'è di solito la spiaggia di notte. Mi avvicino sempre di più e capisco: la luce che vedo è il riflesso della luna sul mare. Una luna che in cielo non c'è. Ma il suo riflesso è lì.

Un sogno durato poco e che, nonostante il finale, mi ha lasciato una strana sensazione di ansia e angoscia, che sarà difficile allontanare in questa noiosa giornata di agosto.

18 febbraio 2009

Ed il sole dorme e i sogni poi si scordano...

Avrei voluto scrivere della mia settimana sul Mar Rosso.
Avrei voluto parlare dei miei compagni di viaggio, della paura di vivere 24 ore su 24 con quasi quaranta sconosciuti, della naturalezza con cui certi rapporti si sono instaurati e di come siano sufficienti pochi sguardi per sentire affinità con qualcuno.
Avrei voluto raccontare delle chiacchierate a luce spenta la notte, di come ascoltare la vita degli altri ti faccia vedere la tua da un'angolazione fino a quel momento del tutto sconosciuta: non migliore, non peggiore, "soltanto" diversa.
Avrei voluto cercare di descrivere quello che ho visto: le nuvole sotto di me dall'aereo, il mare da cartolina, il deserto e tutta quella sabbia, i visi sconosciuti talvolta ostili, talvolta rassicuranti.
Più di tutto avrei voluto tradurre in parole le emozioni che in solo otto giorni mi hanno totalmente travolta. Sensazioni forti, mai banali. Di un sapore conosciuto, fatto di déja-vu dolciastri di tanti anni fa, ma con un retrogusto inaspettatamente nuovo di incertezza e possibilità, ma anche di responsabilità. L'ultimo pomeriggio assaporavo tutto questo, mentre sdraiata al sole osservavo il mare e all'improvviso ho provato una forte fitta di nostalgia. La solita maledetta fitta che mi prende lo stomaco quando rimango davvero sola con me stessa. Indefinita ma reale, mi ricorda che sto bene, che sono davvero viva, che sono davvero io.

Avrei voluto..ma sono passati dieci giorni dal mio ritorno, e avrei dovuto farlo prima. Ora le parole non suonano come vorrei, le emozioni cominciano ad essere alterate dal ricordo e i ricordi distorti dalle emozioni.

Avrei voluto anche una bella foto del tramonto nel deserto, ma purtroppo avevo appena avuto il mio piccolo incidente e non ero molto dell'umore per scattare foto... E allora sfrutto la disponibilità di un mio compagno di viaggio e pubblico la sua.

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